Prospettiva Dix


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«Visse d’arte, visse d’amore»

La tensione mai sopita fra i due protagonisti rende lecito interrogarsi su come l’elemento più instabile della serie possa garantire una qualche stabilità alla stessa. Agisce qui un principio di attrazione e repulsione, il rincorrersi di due corpi attorno ad un comune centro gravitazionale, l’uno incrociando l’orbita dell’altro senza che vi sia mai un contatto reale, avvicinandosi al solo scopo di allontanarsi subito dopo. È questo campo di forze a tenere unito il mondo di Dix e le sue avventure, l’insoddisfazione derivante da un bisogno inappagato, l’inconciliabile "possesso" della donna amata con le rivendicazioni di una libertà individuale totale. Sembra di assistere alla trasposizione su carta del celebre film di Ingmar Bergman Scene da un matrimonio, con Jan e Annika nei ruoli di Johan e Marianne: una coppia di agiati borghesi, logorati dalla quotidianità, che fanno di tutto per provocare il partner o per esserne provocati, ma che al di là degli screzi non sanno rinunciare all’altra persona, croce e delizia della propria vita.

Eppure, tra i due, è forse Jan a vivere con maggior disagio questo gioco delle parti, nella sua perenne propensione verso una pienezza di significazione e di sentimenti: così come lo si è visto incapace a rinunciare a una libertà totale, parimenti non sarebbe in grado di pretendere da se stesso qualcosa di meno dell’amore verso una donna altrettanto totalizzante. Nel quattordicesimo e ultimo numero tale peculiarità assume un’evidenza quasi dogmatica: Annika non è solo compagna e traditrice, ma diventa anche madre nel ricordo, amica d’infanzia nella reinvenzione fantastica del passato, l’ossessione dei sogni e delle allucinazioni del protagonista, l’immagine di una donna "panica" che colma la vita dell’amante tanto in praesentia quanto in absentia e, al contempo, custodisce questa vita in utero, racchiudendola tra l’alfa e l’omega del primo e del quattordicesimo volume.

Annika, in veste di madre, alla ricerca del figlio Jan
"Lo sguardo cieco" (di Ambrosini-Ambrosini), p. 34

(c) 2010 Sergio Bonelli editore

Annika, in veste di madre, alla ricerca del figlio Jan<br>"Lo sguardo cieco" (di Ambrosini-Ambrosini), p. 34<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli editore</i>

Jan Dix andrebbe riletto seguendo un percorso circolare (un’altra delle fughe prospettiche cui si accennava), dal primo numero, ma alla luce di quanto avviene nel quattordicesimo: in Morte di un pittore Jan entra per la prima volta nella casa della propria coscienza, una sorta di caverna platonica dove egli è chiamato a discernere le ombre dalle rappresentazioni della verità dell’essenza, ma la parete su cui le ombre vengono proiettate... è la sua stessa vita.

Storie che fanno parte di un cortocircuito fra realtà e inventiva, o realtà e Arte, dove i due estremi non solo si sovrappongono, ma sconfinano l’uno nell’altro fino a configurare un unicum inscindibile.
Il lettore, quindi, apprende da subito della morte di Annika, ma comprenderà la reale portata di una simile informazione, all’apparenza insensata, soltanto ne Lo sguardo cieco. Si potrebbe allora supporre - con un po’ di arditezza e muovendo da un'interpretazione dell'albo alla stregua di un "numero zero" - che le storie di Dix compongano il mosaico di un’elaborazione del lutto per la perdita della compagna, ma avente luogo in seguito alla morte del protagonista stesso, un dramma dell’inconscio in cui si cerca di render conto di un trauma irrisolto oltre il tempo consentito da un’esistenza fisica. Storie che fanno parte di un cortocircuito fra realtà e inventiva, o realtà e Arte, dove i due estremi non solo si sovrappongono, ma sconfinano l’uno nell’altro fino a configurare un unicum inscindibile, come la sirena dell’ultimo numero, emblema dell’unione di questi due elementi nel concetto di memoria creativa.

D’altra parte, come afferma lo stesso Jan ancora nell’ultimo atto della sua avventura editoriale: «In virtù di un dolore troppo forte, il tempo potrebbe subire una contrazione... In fondo anche il tempo è un’invenzione teorica... l’unica possibilità che ci resta è tornare indietro...». Tornare indietro per vedere il mondo con uno sguardo cieco, quello della mente che corregge la percezione ottica, un’altra prima volta, in modo nuovo e sconosciuto. Proprio su questo, in ultima analisi, verte Jan Dix su una doppia modalità di visione delle cose, su una capacità d’interpretazione che prescinda dall’intervento di forme e convenzioni pregresse, realizzandosi non secondo una successione cronologica, ma simultaneamente.

Si è cercato dunque di rifondare un mondo basato su canoni estetici, in cui una dimensione spaziale fosse affidata a quanto di inesprimibile vi è nel Bello e nell'Arte, uno sprazzo di infinito capace di eternarsi nello scorrere del tempo. E all'interno di questa personalissima cosmogonia è stata operata una scelta ben chiara: il nuovo universo sarebbe stato diverso da quello che siamo soliti conoscere, perché avrebbe finalmente avuto un centro o, se vogliamo, un motore immobile, Annika, la cui scomparsa sancisce lo sfaldarsi di tutto l'impianto.

Un’ispirazione musicale può forse chiarire l’ampiezza di un tale atto di volontà: nell’affascinante brano di Franco Battiato Vite parallele si può cogliere più di un’eco di questo universo, dall’essenziale che è invisibile agli occhi alla trasgressione del vincolo di fedeltà, dall’intreccio di realtà e ricordo alla presenza di un’energia immota generatrice di moto. Chissà che col tempo non si possa apprezzare più compiutamente, da un corretto punto d’osservazione, la luce delle stelle di questa ineffabile volta celeste.

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