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Non ti aggirare di notte nei campi e per le strade della città; King Lizard potrebbe saltarti sul groppone e urlare i suoi deliri nelle tue già un po' sorde orecchie. E se proprio fossi così sfortunato da incontrarlo... beh, allora (dopo avergli detto che non c'era bisogno di urlare) intona con lui questa canzoncina:
Come on Brendon, light my fire!
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E' impossibile ormai essere particolarmente velenosi nel criticare un numero di Brendon. Tutto ciò che della serie non ci piaceva è già stato detto. Una volta preso atto della scarsa evoluzione in senso positivo del personaggio, non ci resta che rassegnarci a prendere il nostro cavaliere di ventura così com'è: un simpatico tamarro, con una spiccata propensione per l'assurdo e una vena kitsch da far invidia a Nino D'Angelo! E poi Mr D'Arkness piace, eccome! Voci di corridoio assicurano che il cavaliere mascarato (no, non l'onorevole!) vende benissimo! Perchè cambiare la formula vincente allora? Se a una certa critica Brendon non piace, beh, allora che risparmino le 3.800 lire e tornino a leggersi Ken Parker. Obiezione contestabile nella forma, ma che fa riflettere. Perchè leggiamo Brendon, quantunque non ci piaccia? Rispondere che lo facciamo per la qualità dei disegni sarebbe nascondersi dietro un dito... c'è di più, anche il piacere sottile e perverso di una critica dilettantistica non sarebbe sufficiente a spiegare l'irrefrenabile pulsione che ci porta a non lasciare Brendon in edicola, come ci eravamo ripromessi di fare appena due mesi prima. E una volta aquistatolo non rimane a riposare sul comodino per qualche giorno, ma viene leggiucchiato per strada e divorato in macchina al semaforo o in treno, tra le urla di sdegno delle titolate letture che aspettano ancora di essere anche solo sfogliate. Il motivo di tutto ciò? Difficile dirlo, ma è probabile che il fattore principale di questo "legame affettivo" al personaggio di Chiaverotti sia l'innegabile piacere di staccare il cervello per una mezz'oretta e di prepararsi a farsi due risate con i deliri del matto di turno. E' quel piacere antico che solo la lettura di evasione sa dare, quel gusto di ingenuo che è facile ritrovare nei B-Movies fantascientifici degli anni '50 e '60, dove mostri iperbolici e scienziati pazzi si alternavano senza soluzione di continuità. E nel panorama bonelliano odierno non c'è nulla di simile. Il lettore moderno vuole trame cervellotiche ma lisce, senza errori. Nascono così Napoleone e Magico Vento, entrambi coll'intento di soddisfare quella che ormai sembra essere la figura dell'intellettuale bonelliano. Brendon va invece nella direzione opposta, ritagliandosi un ruolo "reazionario": freghiamocene dei cavilli e diamo al lettore quello che vuole davvero: sparatorie, belle donne e un protagonista sputasentenze! I risultati sembrano avergli dato ragione; come già detto i lettori sono tanti e poco importa a loro se Brendon in questo numero mette la mano nel ferro fuso (1540°C) senza nemmeno dire "AHI".
Dopo questa premessa-precisazione, fatta di belle parole e, perchè no, di un piccolo riconoscimento al lavoro di Chiaverotti, passiamo finalmente all'albo in questione, che è a dir poco delirante!
Brendon, da par suo, viene menato a sangue dovunque si volti, lasciandosi spesso sorprendere come un vero pivello. E mentre conduce le indagini (con una fortuna sfacciata, ovviamente), trova il tempo di portarsi a letto Alice (un'altra Brendongirl il cui approfondimento psicologico è inversamente proporzionale al volume delle tette) e di esibirsi in un paio di battute da cabarettista consumato. La routine, insomma. ;-)
Tuttavia non ci sono solo aspetti negativi. Alcune sequenze sono, coefficiente di trash a parte, piuttosto divertenti e riuscite: il prologo, ad esempio, ritmato da una filastrocca, introduce bene l'atmosfera di insanità mentale che pervade tutta la storia. E anche le metamorfosi dell'ombra di Svenn mentre minaccia Alice sono notevolmente inquietanti.
Deciso riscatto di Esteban Maroto, dopo la deludente prova offerta nel n.12. Il maestro del fantasy spagnolo si dimostra molto abile a inquadrare graficamente tutti i protagonisti della storia, ricercando attentamente nei loro volti quell'approfondimento psicologico spesso assente nei testi di Chiaverotti. Ottimo il dettaglio degli sfondi, sia sotto il punto di vista della cura del particolare, sia sotto quello della varietà delle illustrazioni. Non sempre ineccepibile invece il posizionamento dell'inquadratura. A interessanti soluzioni dall'alto fanno infatti da contrappeso lunghe sequenze di primi piani assolutamente anonimi. Nel complesso, una prova quindi sostanzialmente buona. Tuttavia da un autore rispettato e stimato come Maroto ci aspettiamo ancora di più, specie per quanto riguarda gli aspetti legati alla dinamica dei personaggi, spesso un po' statici nelle loro pose, e all'uso del chiaroscuro, un po' frettoloso nella definizione di tutti i tratteggi.
Una bella copertina di Roi, costruita su un triplo piano di profondità che riassume perfettamente le tematiche della storia. Anche la colorazione è su buoni livelli. |
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