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Sog. e
Sce. Paola Barbato
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La creatura che dimora nelle acque del Loch Ness è senza dubbio il "mostro inglese" per eccellenza. Un po' per timidezza, un po' per snobismo, non si mostra volentieri agli sguardi dei curiosi. Non si abbandona neanche a gesti sconsiderati, limitandosi soltanto a far parlare di sè quel poco che basta per alimentare la sua leggenda. In fondo, non è neanche il vero protagonista di questa storia. Lo è piuttosto la percezione di lui che abbiamo noi umani, la percezione della sua leggenda.
La prima sequenza, apparentemente una semplice gag, è in realtà già illuminante: un ragazzino ipertecnologicizzato, di quelli che probabilmente hanno smesso di credere a Babbo Natale prima ancora di imparare a camminare, scruta il lago tramite una webcam. Il ragazzino non riesce a trattenere un moto di stupore quando davanti alle acque si staglia una misteriosa ombra. Ma quello che subito dopo gli si presenta non è un mostro, ma due occhi umani, che idealmente gli ricambiano lo sguardo.
Anche in un era ultra-materialista e ultra-razionalizzata come la nostra, abbiamo ancora bisogno di leggende, perche attraverso di esse guardiamo dentro a noi stessi
"Riproposto in modo non pacchiano uno dei trademark della serie, il finale aperto di marca sclaviana"
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Cosa succede quando una leggenda sembra divenire inaspettatamente realtà? Probabilmente il sentimento dominante non è lo stupore, ma piuttosto la delusione. Alzi la mano chi, a partire dalla pag.77, di fronte alla spiegazione offerta dal "Comitato sindaci del Loch Ness", non ha pensato: "Noo... non può finire così questa storia!". Non è meglio preferire la febbre e le allucinazioni a una realtà così misera, come dice Dylan nell'autentico finale? Questa volta sì, soddisfacente.
Con questo moto di ribellione di Dylan che sfocia in una disperata corsa a ruzzoloni sulle sponde del lago, Paola Barbato riesce nel non facile compito di riproporre in modo non pacchiano uno dei trademark della serie, il finale aperto di marca sclaviana.
Tra queste due belle trovate iniziale e finale, una storia che qua e là rischia di ingolfarsi, forse per l'accumulo un po' eccessivo di personaggi e cambi di scena. Ma che ripropone (al meglio) ancora una volta il Dylan che più ci piace, il cocciuto, ingenuo, maldestro indagatore sempre in bilico tra adesione e scetticismo.
  

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Giampiero Casertano
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Perfetta la sintonia tra i disegni e la storia.
Il Dylan che emerge dal pennello di Casertano non è l'affascinante e crepuscolare indagatore che ha fatto strage
di cuori; è un ingenuo, (dis)illuso sognatore, che guarda il mondo con gli occhioni perennemente sgranati.
Potrà sembrare a qualcuno che il disegnatore si sia preso qualche eccessiva
libertà nel raffigurare il volto del protagonista,
ma secondo noi è meglio rischiare qualche somiglianza non proprio perfetta piuttosto che una realizzazione grafica diligente ma piatta.
"Ogni inquadratura, ogni espressione facciale o recitazione del corpo, ogni illuminazione della scena sono scelti con cura e sapienza per ottenere il massimo effetto espressivo"
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E "piatti", i disegni di Casertano non lo sono mai: ogni inquadratura, ogni espressione facciale o recitazione del corpo, ogni illuminazione della scena sono scelti con cura e sapienza per ottenere il massimo effetto espressivo. Grazie anche alla sceneggiatura vivace della Barbato e all'ambientazione stimolante, Casertano inanella una serie di tavole memorabili in cui si esalta al massimo la sua maestria paesaggistica, il suo talento narrativo, la sua capacità di dare profondità alle vignette.
Il grande Breccia, ad un intervistatore che gli chiedeva come mai a volte cambiasse stile così drasticamente, rispose che solo in questo modo riusciva a trovare stimoli sempre nuovi per continuare a disegnare al meglio e sfuggire alla routine. In questo caso, il cambio di stile (già evidente negli ultimi due numeri da lui disegnati) ci consegna un Casertano in forma smagliante, forse mai a livelli così alti.
  
Una "coppia" che funziona, una storia con qualche stimolo di riflessione non banale, ottimi disegni: Dylan Dog chiude in bellezza un'annata nel complesso positiva, che fa ben sperare per il futuro di una serie che, dopo un lungo periodo di appannamento, sembra riavvicinarsi ai fasti delle sue stagioni migliori. Anche Stano non delude, con una cover dall'atmosfera ineffabile: sembra qusi una specie di silenzioso dialogo subacqueo, tra Dylan e un Nessie più irrequieto che minaccioso
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