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" Necropolis"


Pagine correlate:

Dylan umiliato, alienato, abbruttito: il peggior incubo dell'uomo.

"Detenuto VS uomo"
recensione di Martina Galea



TESTI
Sog. e Sce. Paola Barbato
   

L'elemento di partenza dell'albo non è certo il più innovativo del mondo, dato che già autori del calibro di Kafka, Buzzati, Orwell si sono cimentati con l'angoscia della reclusione insensata, della disumanizzazione, della perdita di dignità. Nel 1997 un regista poco conosciuto ha girato "Cube", film claustrofobico, nel quale alcuni ignari personaggi si svegliano all'interno di un enorme cubo di plastica e acciaio, senza capire il perché di tutta la macchinazione. In "The experiment", del 2001, un gruppo di volontari partecipa ad un esperimento di simulazione di un carcere, ma alla lunga la bestialità prevale anche in comuni uomini razionali. Quale che sia la fonte che ha ispirato Paola Barbato, è indubbio che la paura della perdita delle nostre coordinate abituali, e la lenta trasformazione in automi (che sia un manicomio, una prigione, un ospedale) è quanto di più terrificante l'uomo possa immaginare.

La Barbato trae spunto da questo terrore strisciante, insito in ognuno di noi, e crea una storia ad altissimo livello, gestita in maniera assolutamente personale. Noi lettori, insieme a Dylan, veniamo rapiti e diventiamo il misterioso Gordon, un alter-ego colpevole che ruba la nostra identità e ci lascia la sua: primo passo dell'incubo, Dylan non è più se stesso, è un ignoto Altro.

"La Barbato è abilissima nel coinvolgerci nell'alienazione di Dylan..."    
La Barbato insiste nel costruire un ordigno perfetto e opprimente: Gordon-Dylan è prigioniero di un sistema computerizzato, che non fornisce spiegazioni e si limita ad ordinare. La disumanizzazione di Dylan avviene in maniera sottile, logica: non c'è violenza fisica diretta, bensì umiliazione e sottomissione, pena la punizione. L'obbedienza è l'unica via di salvezza, ma paradossalmente anche la strada verso la perdita dell'identità. Il meccanismo utilizzato è quello tipico dei sistemi totalitari, con l'accettazione passiva di una dimensione immutabile: Dylan è prigioniero del sistema, e l'unico sistema per sopravvivere è seguire le regole senza opporsi.

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Dylan si sveglia a Necropolis, disegno di Freghieri
(c) 2004 SBE
   
 
Tuttavia, Necropolis può essere ancora più alienante: Dylan, già Gordon, ora è semplicemente il detenuto n.14, un numero nella massa di numeri e ruoli presenti nel carcere. Nell'assoluta mancanza di senso che lo circonda, Dylan scorge comunque una logica ferrea, un quadro rigido che lo ha inglobato e nel quale si sta integrando. La Barbato è abilissima nel coinvolgerci nell'alienazione di Dylan, ma soprattutto nel suo disperato tentativo di rimanere umano, di conservare dignità e voglia di vivere. Non è un caso che per la prima volta la Barbato conceda a Dylan un rapporto fisico con una donna: invece del consueto amplesso vuoto e poco profondo, troviamo un rapporto intensissimo, sublime perché bellissimo e disperato, in grado di restituire al detenuto n.14 l'energia e il desiderio di fuga dell'uomo Dylan.

Anche se con velocità, la Barbato tratteggia in modo completo la psicologia dei personaggi: il lettore vede con gli occhi di Dylan, però anche le altre figure assumono uno spessore abbastanza rilevante, a partire da proprio da Arcangelo, assolutamente letale, ma paradossalmente la linfa che restituisce a Dylan la speranza. Buona parte dei prigionieri sembra effettivamente redenta, e i brevi sguardi che Dylan lancia ad alcuni di loro testimoniano un vivo desiderio umano di compassione, di condivisione di uno stesso destino.

"...la paura della perdita delle nostre coordinate abituali, e la lenta trasformazione in automi è quanto di più terrificante che l'uomo possa immaginare."    
Tuttavia il meccanismo si inceppa (Dylan, abbandonate le vesti di Gordon e di n.14, è la causa del crollo), il buio fa riemergere l'oscurità presente nei detenuti. L'ordine e la luce bianca sono ora sostituiti dalla bestialità e dal nero più fitto: Necropolis ha fallito, in quanto è bastato una breve interruzione di corrente per annullare mesi (anni?) di reclusione correttiva? Oppure Dylan ha dimostrato l'efficacia del sistema e la necessità della netta separazione tra mostri e normali? Se così fosse, Necropolis avrebbe vinto su due livelli, uno sociale, come mezzo di recupero, l'altro individuale: dimostrare che anche l'uomo più buono può diventare un assassino, se sfiora il male. Necropolis ha ragione di esistere: per evitare il contagio e salvare i normali è necessario sacrificare i mostri.

Il monologo finale di Dylan (vedere la scheda) è di difficile interpretazione: la Barbato non ci fornisce nessuna spiegazione del perché di questa macchinazione, né di chi sia Gordon, né se effettivamente Dylan sia stato un test per saggiare la validità di Necropolis. In definitiva, però, una spiegazione logica non è poi così necessaria: noi-Dylan siamo sopravvissuti, abbiamo sperimentato il più totale abbruttimento e ne siamo usciti. Per una volta la logica ferrea può essere accantonata, per lasciar spazio al sollievo, al desiderio di tornare a casa. La Barbato sceglie di non spiegare con lucidità, anzi lascia che sia un delirante Dylan a gridare le sue idee: è la scelta giusta, che lascia intatto il senso di oppressione, e di sollievo finale, che l'albo comunica. Sta a noi lettori, ora, riflettere su Necropolis e dare un senso a ciò che abbiamo letto e vissuto, oppure scegliere di dimenticare l'orrore.



DISEGNI
Giovanni Freghieri    

Freghieri ha una storia in apparenza semplice tra le mani: nessun mostro deforme, nessun paesaggio complesso, né masse di folla. In realtà, la storia, per funzionare, ha necessariamente bisogno di una mano abile che sappia rendere l'alienazione, il biancore accecante di Necropolis, i visi inespressivi e freddi di alcuni prigionieri, in contrasto con lo spaesamento di Dylan. Freghieri riesce a comunicare l'ansia e il panico con pochissimi elementi, giocando principalmente con intensi primi piani su campo totalmente bianco o totalmente nero. Freghieri ha capito qual'era l'unico modo per realizzare efficacemente quest'albo, ed è stato capace di trasmettere appieno l'incubo di Dylan.

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Dylan alla luce...
di Freghieri (c) 2004 SBE

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...e al buio
di Freghieri (c) 2004 SBE



GLOBALE
 

Buona la copertina di Angelo Stano, che già introduce nel bianco accecante e nella disperazione di Dylan che caratterizzano la storia.

Complessivamente, un albo di ottima fattura, che sfrutta le potenzialità di Dylan in una storia alternativa. La Barbato mostra ancora una voltà la sua bravura nell'uscire dai canoni classici della serie, sapendo però regalare sensazioni disturbanti, come nello stile di Dylan. Non a caso, si è sbilanciato persino Sclavi, dicendo che "questa storia è così bella che gli dispiace non averla scritta lui..."

Vedere anche la scheda della storia
 

 


 
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