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"A prima vista, avevo l'impressione che avrei potuto divertirmi mica male a cercar di scavare un poco. A meno che non ci fossero molte cose che non apparivano in superficie." Raymond Chandler, 'Il grande sonno'
Le apparenze ingannano. . .
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Fin dalla prima vignetta Dylan, attraverso il suo diario, comincia a spiegarci come stanno le cose. Niente di strano, sembrerebbe. E invece no, bastano poche parole, il modo sarcastico con cui ironizza sul proprio lavoro e sulla realtà, per farci capire che non sembra il solito Dylan. Poche tavole, e ci convinciamo che non è il solito Dylan. Ma l'arcano è spiegato presto. Per una volta, gli è capitato un caso 'normale' e questo lo spinge a riconsiderare il suo ruolo. Vuoi per l'attrazione che suscita in lui la cliente, anche lei insolitamente normale, vuoi per la suggestione di poter seguire le orme di illustri predecessori, Dylan si lascia attrarre da una nuova prospettiva di carriera, ma soprattutto da una svolta personale, e si trasforma in un novello Philip Marlowe.
Segue le tracce del suo uomo, un poco di buono, negli ambienti malfamati della malavita e delle scommesse, incontra un informatore, paga una portinaia per ottenere qualche
notizia e si scontra con un pregiudicato, sua vecchia conoscenza, in un'atmosfera da noir resa ancora più cupa dalla presenza di personaggi non proprio tranquillizzanti, come
i padroni di casa della sua cliente. Ma niente è come sembra, e il destino di Dylan è quello di essere l'indagatore dell'incubo, non c'è niente da fare. E quindi, da una pagina all'altra, l'apparenza, l'atmosfera noir e
l'indagine normale, si sgretolano, per lasciar spazio ad un serial killer, agli adoratori di un demone e ad un'armata di zombie. Anche Il grande sonno del titolo si dimostra tutt'altro.
Tito Faraci, amante del noir (è l'autore, tra l'altro, di 'Topolino Noir'), prova a reinterpretare Dylan in questa chiave, ed è un'operazione tantopiù interessante
non solo perchè mostra come potrebbe essere un 'altro' Dylan (nel progetto presentato in origine da Tiziano Sclavi, Dylan Dog era un detective da scuola dei duri)
ma anche perchè questo albo è un mezzo attraverso cui l'autore riconsidera se stesso all'interno dell'universo dylaniato.
Il risultato è che l'evolversi della vicenda noir, a conti fatti, è molto più 'dylaniato' del finale horror (horror/fantasy, a dire il vero), in certi casi sembra di assistere
ad un'indagine tradizionale di Dylan (che in molti casi, soprattutto nel passato, seguivano una procedura da poliziesco classico). E ancora una volta, quello che dovrebbe essere il 'vero' Dylan, con mostri, zombi e demoni, lascia
un po' perplessi.
In questo caso abbiamo uno Stano che, forse anche per l'atmosfera dell'albo, cerca di adottare uno stile più realista e meno onirico (che riprende solo nelle pagine conclusive, quelle più horror), con un attento uso del carboncino e concentrandosi soprattutto sulle espressioni dei personaggi, vero punto di forza di questa realizzazione, anche perché riesce ad entrare in piena simbiosi con il tono scanzonato che la sceneggiatura richiede.
Le smorfie di Dylan nei suoi dialoghi, o quando apre il frigorifero a casa di Bart, l'espressione dei coniugi Knopfer o di Bloch, sono tutte vignette da segnalare e incorniciare.
Nel complesso un albo ricco di spunti di riflessione e di innumerevoli citazioni (a questo proposito, vedere anche la scheda della storia), a suo modo una sorta di What if, sicuramente diverso e meno immediato rispetto a quello, vero e proprio, firmato da Paola Barbato nel recente Speciale, ma per certi versi più interessante,
perchè riguarda lo status di personaggio e non quello di persona.
Esperimento lodevole ma che perde colpi nel finale e non può considerarsi del tutto riuscito, per i motivi detti sopra. |
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