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Volevamo stupirvi con effetti speciali... Il risultato?
Una prova incolore
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Ogni storia abbisogna dei suoi colori. Delle sue ombre e delle sue luci. Di attraversare a volo radente le infinite sfumature di cui si compone la gamma dei colori che l'occhio umano è in grado di percepire, cavalcando le infinitesimali lunghezze d'onda che la tavola riflette, strappandole al bianco che ne sancisce l'iniziale e superba olocromia. O magari abbisogna di una manicheistica contrapposizione tra bianchi e neri, gli uni contro gli altri armati, accostati, amalgamati, eppure singolarmente, puntualmente discernibili.
La forza (nonché il tallone d'Achille) di questa storia, in buona sostanza, risiede qui. L'elargizione "una tantum" del colore, presentata al lettore quasi come un "furto" ai danni di non meglio specificate sfere superne, è ben lungi in questo caso dal paragonarsi al sacro fuoco rubato agli dei da Prometeo.
Ciò che rimane è un pervasivo senso di lentezza, che accompagna lo svolgersi della vicenda su binari in fondo abbastanza oliati (da intendere nel senso di già spesse volte battuti); la successione delle fermate segue uno schema privo di particolari varianti, salvo addentrarsi in una (poco) inaspettata diramazione nella parte finale, allo scopo di salvaguardare l'anularità del percorso, anche al costo di forzare alcuni cambi (o di ignorare altrettanti semafori), riportando il lettore esattamente al punto iniziale, entro il limite delle 94 pagine. Un percorso, ovviamente, alieno da qualsiasi nodo di congiunzione con l'esterno, come a dire che la continuity non rientra nel programma di viaggio del conducente.
Il pur interessante leitmotiv della memoria a breve termine viene gestito con troppa leggerezza; la sequenza al ristorante tra Dylan ed Eva, così come l'espediente dei taccuini (o dei post-it e del registratore digitale) svolgono solo una mera funzione di descrizione di una situazione che però non viene mai realmente approfondita.
Un circolo vizioso, vischioso, purtroppo eterno, sul quale però Ruju getta una bella passata di spugna per imbastire un meccanismo classico del tipo "ne rimarrà solo uno".
Ed è proprio quest'ultima tavola, assieme a quelle delle pag.80 e 84, a dimostrare come l'uso del colore avrebbe non poco giovato qualora si fosse accompagnato ad una più decisa volontà di infrangere i limiti della "gabbia" bonelliana (così come testimoniano le prove d'esordio di Freghieri sulla testata: basti pensare ai n.40 e 54) In questo caso, purtroppo, tre tavole su 94 non bastano a migliorare la valutazione in sede di giudizio. Se è dunque vero che ogni storia abbisogna dei suoi colori, in una storia quale questa la sottile linea di demarcazione tra il bianco e il nero avrebbe avuto facilmente ragione di un monumentale quanto traballante castello di cromie solo ordinatamente giustapposte.
Vedere anche la scheda della storia
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