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Per un pugno di rubli recensione di Marco Migliori
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Soggetto non certo complesso di Colombo, che mette i nostri alla caccia di un maestro della notte sulla base di un incontro fortuito, disegnando e realizzando una trama che finisca la carriera di un autentico millenario Zar vampiro nelle normali 94 pagine bonelliane. Unendo l'utile al dilettevole Harlan e soci decidono così di dirigersi verso la Russia. E gli autori colgono l'occasione per togliere subito il classico dubbio dalla mente dei lettori. Perchè l'eroe è un eroe? Tra pag.13 e pag.17, Colombo risponde alla domanda con diversi dialoghi. Tra cui segniamo un "anche noi giustizieri idealisti abbiamo bisogno di soldi!". L'ambientazione è come sempre accurata e attuale. Da accenni capiamo ad esempio che il vecchio mafioso è ceceno, e infatti quella cecena è forse la più forte di tutte le mafie russe. Il mercato clandestino di video, è poi qualcosa di cui si è vociferato a margine del conflitto balcanico. Questo legame tra fantasia e realtà, ci fa pensare tra le righe, che l'horror di Dampyr, fatte le debite eccezioni,potrebbe non essere dissimile da quanto purtroppo accade veramente. Bene quindi finora l'ambientazione delle storie. Invece il ritmo della storia è fin dall'inizio impresso da Colombo in un girare di dialoghi e situazioni simili ai film d'azione. Illuminante il commento di Kurjak sull'esibizione di Tesla a pag.17: "brava, meglio di Van Damme". O la risposta di Tesla a Ringo: "sei una pupa che spara?" "no, sono una pupa che morde". Ed allora il lettore si deve aspettare esattamente quello che Colombo gli da: ritmo, sparatorie e azione. Ma pur essendo in assoluto la predominante, non è questa la sola caratteristica della storia, che presenta anche lati apparentemente più curati verso la costruzione dei personaggi, come il maestro della notte di turno.
Colombo sembra prima costruire un personaggio credibile. Il Vurdalak disegnato da Dotti è un uomo non privo di fascino, e lontano dall'aspetto di Gorka, per tacere dell'uomo nero del n.3. Le sue parole poi, soprattutto nel confronto con Harlan, ce lo elevano a nemico di primo piano, con un passato epico ed una carica retorica degna del miglior Wood. Ma subito dopo, dalla risposta di Harlan, intuiamo che il clima della storia non cambia, e di nuovo viriamo verso il film d'azione. Non c'è infatti ragione che obblighi Vurdalak ad affrontare Harlan in questo modo, se non una incredibile arroganza. Arroganza giustificabile da un passato millenario senza nemici con cui confrontarsi, ma frettolosa e male espressa dalla velocità con cui i due si affrontano. Più volte nell'albo emerge questa "contraddizione", in un mischiare di stili che di volta in volta ci rappresenta dei villain realistici (come il credibilissimo Aleksey, perfetto nell'incontro con Dampyr) per poi virare i dialoghi verso il "machismo" e l'ironia fuori luogo (in termini assoluti, ma non in queste scene volutamente tali) tipica dei film d'azione. E tuttavia questo mix di stili, regge comunque bene grazie al ritmo cinematografico, caratteristica del Colombo-style, ma lascia un pizzico di rammarico. Rammarico perchè si intravede qualcosa di interessante, in termini di personaggi dalla personalità accentuata, che poi si taglia brutalmente via in poche parole. In effetti, in quest'albo quello che Colombo proprio non prova nemmeno ad approfondire è l'oscuro Harlan Draka. Che ne esce, così come ne era entrato: quasi da persona di passaggio. Potrebbe sembrare strano, ma non è un Colombo diverso da quello che ad esempio ci ha regalato il bellissimo maxi n.2 di Mister No. Quello che differenzia è il numero delle pagine e la diversa natura delle due serie, non l'autore. Che ovunque usa l'esagerazione come sale delle storie, e il ritmo come legge assoluta da rispettare. Forse un tanto prevedibile nelle sue sceneggiature, proprio per le similitudini cinematografiche, ma comunque abile nel confezionare una storia che anche con qualche difetto, comunque non annoii il lettore.
Purtroppo la prova di Maurizio Dotti giunge dopo tre albi dai disegni sempre più intriganti e adatti al clima delle storie. Majo, che già nel primo numero non sfigura, nel secondo rende al meglio l'atmosfera tratteggiandoci ad esempio un Harlan bambino drammaticamente "vero". Luca Rossi continua sul terzo e raccoglie bene il testimone con una trama meno dinamica, ma un tratto nervoso e cupo perfettamente all'altezza del precedente di Majo. Già, anche solo i disegni basterebbero a motivare la lettura di Dampyr sinora.
Dotti offre una buona (e per certi versi ottima) prova per buona parte dell'albo; che peraltro non è uniforme nello stile. Bene le scene pieni di neri, dinamiche e cupe al punto giusto, con un tratteggio spesso sporco e d'atmosfera. Male invece (in senso relativo) quando il tratto si fa pulito e le scene meno dinamiche. Senza dimenticare il viso di Harlan (vedi pag.10-11-77 in basso) che proprio in queste scene appare fiacco e banale. Tuttavia le scene d'azione e anche il tratteggiato passato di Vurdalak sono buone. Il giudizio numerico dovrebbe risentire del confronto con "le meraviglie" viste in precedenza e tendere verso il 4/7. Ma nel timore di esserci già abituati male, lasciamo un 5/7 del resto non immeritato. "Horror d'azione e avventura". La definizione che gli autori hanno dato della serie nelle anteprime, finora calza a pennello agli albi pubblicati. Chi può negare che di questi 3 elementi gli autori abbiano lesinato nelle loro prime quattro storie? E tuttavia già vorremmo di più. L'ambientazione va bene, i disegni sono ottimi, i personaggi principali tosti. Però.. però anche se sappiamo ancora prima di iniziare una nuova storia, che l'eroe non può morire, vorremmo nemici all'altezza di tutto il resto dell'impalcatura costruita dagli autori. Proprio questo sembra il punto debole della serie in questi iniziali numeri. Non la ricerca esasperata di dialoghi forbiti o storie che facciano riflettere il lettore. Dampyr non è Ken Parker ne vuole esserlo. Non va giudicato per questo. Invece la storia "horror d'azione e avventura" non ci sembra dover prevedere obbligatoriamente villain pirla come il Vurdalak o grotteschi come Gorka e l'uomo nero. Dopo che nel n.3 finalmente Boselli ci mostra un maestro della notte donna che ha fatto tesoro dei suoi millenni di esperienza, e facilmente ferma Dampyr, ci eravamo già sollevati. Ma se l'unico scopo di questa differenziazione è il lato "buono" di Amber, allora la serie rinuncia malamente ad una caratterizzazione dei personaggi negativi che non ci sembra in contrasto con i suoi punti cardinali. Vanno bene anche gli albi d'azione pieni di sparatorie in una serie come questa. Consentiteci solo un pizzico di rimpianto per quando l'avventura non era incompatibile con l'approfondimento dei personaggi e delle trame. Mi rifiuto di credere che oggi non si possa realizzare una Storia del West e che nelle nuove serie, la scelta debba essere obbligatoriamente tra l'azione dura e pura o la pallosità di Julia.
Non si chiede di replicare il passato, per quanto glorioso. Ogni serie ha la sua "ideologia" da rispettare, ed è giusto differenziarle. Però è anche giusto rispettare le lezioni apprese. E se nel complesso la serie mi ha personalmente finora "preso" tantissimo, mi turbano queste banalità nel caratterizzare quello che alla fine dei conti è il motivo di ogni storia: il nemico che per quanto inumano, ha una esperienza millenaria. |
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