Di progetti incerti e dintorni


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Di boutade in boutade

Altro giro, altro regalo. E stavolta a un Bartoli delicato e melanconico fa da contrappunto un Enna frenetico e surreale. Qualcosa potrebbe già dirci la prima, assai straniante, situazione, in cui spiccano le canoniche nazionalità da barzelletta (francese, italiana, tedesca e inglese, qui proprio nella persona di Dylan); oltre al fatto che il lettore potrebbe aver riconosciuto nella manciata di pagine d’apertura la puntuale ripresa di uno sproloquio grouchesco figurante nell’ormai lontano "Le notti della luna piena", glorioso terzo numero della nostra serie preferita. La thirty-twopages - per usare una terminologia cara ai barksiani - sprofonda appunto l’Old Boy in un agghiacciante loop (questa l’efficace definizione dell’autore), sballottandolo tra ventisei freddure del suo baffuto assistente che prendono letteralmente corpo. La sequela potenzialmente infinita di scenette sta iniziando a mostrare la corda quando, appena un poco oltre la metà del guado, la scena si anima con la comparsa di un Cagliostro quantomai buffo ed espressivo: proprio lui, solitamente associato a situazioni sì surreali ma anche drammatiche, ci introduce all’ultimo delirante spezzone di storia, dove finalmente compare anche Groucho, presenza aleggiante sin dalle prime tavole. Una puntatina metafumettistica, che è sempre à la page, e arriviamo alla conclusione.

Camera con vista
disegni di Fabio Celoni

(c) 2010 SBE

Camera con vista<br>disegni di Fabio Celoni<br><i>(c) 2010 SBE</i>
Compagno di viaggio di Enna un Celoni altrettanto scatenato, capace di alternare con gran soddisfazione per gli occhi lo stile caricaturale e flessuoso tipico della sua produzione Disney - impagabile il modo in cui il già citato Cagliostro viene filtrato attraverso questa "lente deformante" - con quello realistico della parte terminale, il tutto ben valorizzato dalla colorazione sgargiante del suo bravo omonimo, Fabio d’Auria. In soldoni, un esperimento da lasciare forse circoscritto e non perfetto in ogni sua parte, ma nella sostanza tutt’altro che deludente, soprattutto per una certa raffinatezza e coerenza dell’architettura narrativa.

Sull’orlo del nulla

Chiude le danze Gualdoni, che dalle blatte dell’ultimo Gigante novembrino passa... a delle simil-sanguisughe che divorano cose e ricordi! Assieme agli insetti cambia però anche il tenore della storia, dai ritmi frenetici e surreali della prima alla linearità e delicatezza di quest’ultima. Congedato con naturalezza Groucho nelle fasi prefatorie, siamo sprofondati assieme a Dylan nell’incubo di un suo vecchio professore di liceo, che viene così a costituire un nuovo piccolo tassello della vita passata del Nostro e a motivare aspetti del suo modo di pensare e agire. La trama si sviluppa in maniera piuttosto lineare e ordinata nella gestione di tempi narrativi, stacchi analogici e quant’altro, né si preoccupa di giocare a carte scoperte sino alla fine cercando l’effetto sorpresa dirompente. Permane forse qualche sovrabbondanza dialogica, nel senso che l’azione è descritta e/o commentata anche laddove non necessario (e dove anzi sarebbe più efficace soltanto mostrarla: due sequenze esemplari alle pp. 103-106 e 109-111), che può rallentare il ritmo ma non inficia certo la bontà complessiva della sceneggiatura, di fluida lettura e capace di trattare il delicato tema della malattia senile senza inciampare in una retorica perniciosa.
Mastantuono, qui coadiuvato alle chine da Stefano Intini, altra colonna Disney, sfodera una prova magari meno impressionante delle precedenti a un primo impatto, ma che si sposa bene con la storia, dandole quel senso di delicatezza di cui necessita senza snaturarla: perché in sostanza essa non è umoristica, ma il disegnatore romano ricorre egualmente a un tratto grottesco e geometrico, seppur non esaltato oltre un certo limite di appariscenza. Un’idea geometrica di fondo che si sviluppa soprattutto per forme trapezoidali e ovali, senza rinunziare comunque ad arrotondamenti o smussamenti delle spigolosità.

Conclusioni e prospettive

In definitiva, ci si può ritenere soddisfatti dell’operazione. Pur nella consapevolezza dell’incertezza tematica che pervade l’albo, le storie sono di buon livello, se non ottimo (fa eccezione Manichini, che purtroppo non lascia il segno per le ragioni già illustrate ma non per la sua "eccentricità"), e i disegni toccano apici d’eccezionalità, con un Carnevale e un Celoni in prima linea che sorprendono per le notevoli capacità d’interpretazione artistica. Ci auguriamo che in futuro il Color Fest sia più coraggioso e coerente con le premesse, acquistando così una sua definita caratterizzazione che non sia soltanto ascrivibile all’esplosione cromatica o a una specifica interpretazione grafica, ma anche - e soprattutto - alla narrazione sperimentale. Perché con una copertina tanto esplicativa quanto folgorante come quella di Silver, oggettivamente, ci si aspetterebbe ben altro dalla lettura di un albo. Dylan Dog Color Fest n.4, di AA.VV., Sergio Bonelli Editore, 132 pg. colore, brossurato, in edicola da maggio 2010, €4,8

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