Paure reali, paure di carta

nel labirinto della psiche dylaniata
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Paure reali, paure di carta
Dylan Dog 279

Paure reali, paure di carta

Scheda IT-DD-279

Il 2009 dylaniato si è concluso con un doppio ritorno sulla serie regolare: quello di Paola Barbato, assente dal tamburino di un albo mensile da circa tre anni, e quello di Marco Soldi, che nell’ormai lontano 1994 prestò i suoi pennelli alla memorabile "Oltre la morte", per poi prendere altre strade (a tutt’oggi la presente resta la sua seconda prova per la testata). Di gestazione travagliata - come l’autrice ha descritto nelle pagine del suo blog - il presente albo era stato preannunciato come ostico da digerire o comunque destinato a non suscitare reazioni tiepide. Scendiamo allora più in dettaglio.

Di esili cornici e sarabande

Barbato opera una scelta precisa: ridurre al minimo preamboli e contestualizzazione e gettare immediatamente sul palco un Dylan quantomai protagonista (in tal senso possono apparire emblematiche le esclamazioni di p. 91: «Sono io qui che prendo le decisioni! Io penso, io credo, io mi arrendo! Faccio tutto io, dalla a alla z! Chiaro?»). La cornice reseca infatti per sé uno spazio ristretto (nelle dieci tavole iniziali - anche meno - è chiarito perché il protagonista si trovi in balia del labirinto), mentre il resto dell’albo, fino all’altrettanto stringata conclusione, è pressoché interamente occupato dalle visioni/illusioni dell’Old Boy, cui vengono spiattellate in faccia le proprie peggiori paure. E la via della sarabanda, di per sé, è tutt’altro che semplice da percorrere. In certo senso, può rivelarsi un’arma a doppio taglio: se per un verso, infatti, consente di dispiegare in tutta la loro potenzialità fantasia ed estro immaginifico, per l’altro una narrazione «sgangherata e sgangherabile» deve costantemente puntellare l’attenzione del lettore con la repentinità e l’impatto delle sequenze che si succedono, laddove una articolata con maggior "tradizionale" consequenzialità può viaggiare su un binario più sicuro, meno "attento", per dirla in forma paradossale. Ossia l’interazione storia/fruitore può essere rinfocolata da una più vasta gamma di connettivi logico-spazio-temporali, mentre in una sarabanda il setting e le situazioni possono essere variate indefinitamente. La tecnica della giustapposizione può comportare inoltre una maggiore fluttuazione nell’efficacia delle scene, conseguenza della maggior autonomia delle stesse (resta inteso che esiste comunque una quota di 'impressionabilità’ variabile da lettore a lettore imponderabile e inevitabile). Alla duplice esigenza di non sopire l’attenzione e di non stancare dilatando all’eccesso una serie di situazioni potenzialmente infinita sembra che la storia in oggetto cerchi di rispondere anzitutto imprimendo un ritmo di lettura sostenuto: varie tavole, specie nella sezione centrale, esibiscono un numero di vignette inferiore alle canoniche sei della griglia bonelliana, e altrettanto spesso vi compaiono battute sintetiche - affidate pressoché in toto al solo Dylan - oppure onomatopee. In secondo luogo, la storia è sostanzialmente frazionata in tre macrosequenze ulteriormente scomponibili al loro interno.

Dylan in balia dei pipistrelli
pag. 31, disegni di Marco Soldi

(c) 2009 SBE

Dylan in balia dei pipistrelli<br>pag. 31, disegni di Marco Soldi<br><i>(c) 2009 SBE</i>

Follow the white rabbit

La prima (pp. 5-36) si svolge all’esterno dell’abitazione in cui saranno ambientati i restanti due terzi dell’albo, dapprima in un labirinto che lascia sottintendere, forse, una reminiscenza del tassiano giardino di Armida, e le cui siepi assumono forme rispondenti alle parole di Dylan mentre fa il punto della situazione (la scena è costruita in maniera piuttosto interessante, esercita un certo impatto). Nel segno del coniglio, quello dei due romanzi di Carroll e l’Harvey dell’omonimo film (la fusione delle due figure è visualizzata ancor più chiaramente nella copertina), avviene il passaggio a un nuovo ambiente,
"Alla duplice esigenza di non sopire l’attenzione e di non stancare dilatando all’eccesso una serie di situazioni potenzialmente infinita sembra che la storia in oggetto cerchi di rispondere anzitutto imprimendo un ritmo di lettura sostenuto"
la caverna in cui Dylan dovrà fronteggiare la sua fobia per i pipistrelli (che peraltro aveva rivestito un ruolo non secondario nell’unico "Almanacco della Paura" a tutt’oggi sceneggiato dalla stessa Barbato). La sequenza scorre abbastanza fluida e getta delle basi discretamente interessanti, per quanto risulti inficiata a tratti da battute inefficaci (l’intera sequenza delle pp. 28-30, ad esempio, avrebbe tratto giovamento da una maggiore snellezza dei balloon). Va detto che l’opzione per il monologo - motivata abbastanza sommariamente dall’intento di non perdere il contatto con la realtà, p. 13 - espone al rischio di appesantire la lettura e creare una certa sovrabbondanza espressiva: e ciò avviene in alcuni tratti della nostra storia globalmente considerata.
La parte seguente (pp. 37-66), collocata strategicamente in posizione centrale, spinge a un livello ulteriore il confronto di Dylan con se stesso. E continua a farlo in maniera letteralmente immaginifica, in questo caso più che mai, visto che un ruolo chiave è rivestito dalla sequenza in cui l’Old Boy visualizza dei dipinti che traducono visivamente la sua paura di essere ritenuto un bugiardo piuttosto che un buffone, un ciarlatano, uno sfruttatore, un donnaiolo.

È questo il momento di massima trazione del rapporto tra persona e personaggio, giacché vengono assunti degli elementi della 'mitologia del personaggio’ (incarnantisi in Groucho, Bloch, l’indimenticato Johnny Arkham) - peraltro messi in discussione come Barbato ama fare - ma piegati alla rappresentazione di una paura del giudizio altrui molto umana e se vogliamo frivola, non del tutto pertinente al carattere di Dylan (potrebbe però anche trattarsi della paura di essere davvero come viene rappresentato). Il cortocircuito si traduce in una reazione particolarmente violenta, per quanto il protagonista si mostri abbastanza iroso un po’ lungo tutta la storia - e anche questi atteggiamenti in certo senso 'sopra le righe’ non sono estranei all’usus barbatiano: il primo esempio che mi viene in mente è la godibile Il dogma, in cui più personaggi esibiscono un atteggiamento 'aggressivo’. Va detto che nella fattispecie il nervosismo è in qualche modo rimotivato dalla situazione logorante: in effetti, non sappiamo esattamente da quanto Dylan sia prigioniero del labirinto. Chiude questo secondo blocco il rinvenimento della scomparsa Melissa Hackford... in una vergine di Norimberga! Poiché tutte le visioni/illusioni, come il protagonista sa perfettamente, sono generate da lui stesso, per salvare la ragazza egli dovrà vincere la sua paura: è questa la morale del flashback (pp. 57-60) inserito tra le due parti della scena della vergine di Norimberga (anche al fine di creare un minimo di suspense senza rivelare subito la conclusione della vicenda). Un concetto semplice quanto veritiero, a ben vedere.
La sezione finale (pp. 64-94) è tutto sommato la più debole, anche se, come vedremo, la chiusa vera e propria può nascondere qualcosa di più al di là dell’apparenza immediata di controfinale à la Chiaverotti. In qualche modo in contrasto con il rifiuto di un appiattimento monolitico espresso nella scena dei quadri, Dylan non deroga al ruolo archetipico di eroe che salva la giornata, e il consapevole sbeffeggiamento dei luoghi comuni non riesce nel complesso a sortire un effetto graffiante, suscitando piuttosto un leggero senso di noia e stanchezza (cf. in partic. le pp. 71-80). Quindi il Nostro dichiara di non aver la forza di tollerare ulteriori frustrazioni e invita il labirinto a scrutarlo dentro per testarne la sincerità, sbloccando così la situazione.

Dylan nel mausoleo delle sue imprese
pag. 42, disegni di Marco Soldi

(c) 2009 SBE

Dylan nel mausoleo delle sue imprese<br>pag. 42, disegni di Marco Soldi<br><i>(c) 2009 SBE</i>

L’inserzione in extremis di Cagliostro - che induce a gettare uno sguardo retrospettivo sulla sequenza dei quadri (pp. 44-46) e sul flashback delle pp. 58-61, chiuso all’insegna di uno sguardo inquietantemente... felino! - e la ricomparsa della porta caratteristica della villa in cui Dylan ha vagato nell’ultima vignetta potrebbero indurre a interpretare l’intera storia come un sogno del felino incantato. Ma resta possibile, forse preferibile, un’altra spiegazione.
"il consapevole sbeffeggiamento dei luoghi comuni non riesce nel complesso a sortire un effetto graffiante, suscitando piuttosto un leggero senso di noia e stanchezza"
Con la resa incondizionata di p. 92 Dylan si abbandona completamente alle sue illusioni e immagina di uscire dal labirinto e far rientro a casa (più precisamente, tutto ciò che è mostrato nelle ultime sei tavole): e la porta della vignetta finale segnalerebbe appunto la continuazione del sogno, il non aver abbandonato di fatto il giardino delle illusioni.

Quindici anni dopo: il ritorno di Soldi

Per quanto attiene al comparto grafico, le righe prefatorie dell’Horror Club sintetizzano efficacemente l’evoluzione del tratto di Soldi per come emerge dalle due performance dylaniate: «il suo segno.. si è fatto meno spigoloso, i neri pieni hanno in parte lasciato il posto ai tratteggi». E sono forse proprio questi tratteggi a non centrare sempre esattamente il bersaglio: si osservino, ad esempio, i tentativi di simulare sinteticamente la volumetria (pp. 13-14) o il buio (esempi vari alle pp. 57-63), o ancora le tonalità di un ipotetico quadro attraverso la levità la e chiarezza (nella seconda delle tre sequenze individuate). Resta tuttavia nel complesso una prestazione pregevole, che intrattiene col testo un rapporto di complementarità: i personaggi - con Dylan mattatore incontrastato - sono espressivi e naturali in gesti, sguardi e posture; le inquadrature sono quelle "giuste" per suggerire le sensazioni di volta in volta evocate (certo, è una valutazione espressa sul risultato finale del connubio dei due autori, che potrebbe essere ulteriormente inverata soltanto dalla presa di visione della sceneggiatura); gli ambienti delineati con pochi dettagli ma efficacemente. Dylan Dog n.279, "Il giardino delle illusioni", di Paola Barbato e Marco Soldi, Sergio Bonelli Editore, 100 pg., b/n, brossurato, €2,7

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