Detective Dante
Detective Dante dal paradiso all'inferno
Nero sullo schermo, musica, titoli di coda: The end! Le luci in sala si accendono, il pubblico si guarda attorno, un po’ di rumori, poi pian piano si alza e abbandona la sala. Fine dello spettacolo.
Dopo due anni, come promesso, la saga si è conclusa;
Dante ha percorso la sua strada, ma come è stato il viaggio?
Un viaggio, come altre volte detto, che riprende quello del sommo poeta dall’inferno al paradiso, in una ideale ascesa verso la consapevolezza di sé; per Dante il concetto è stato il medesimo, se non fosse che per lui gli ambienti sono invertiti, rovesciati: Il suo inferno è stato
Paradise City, il suo purgatorio un limbo dove fare i conti con i propri fantasmi, e il suo paradiso una città devastata, in fiamme e che puzza di morte.
Il figlio di mezzo
Se prendiamo un eroe, brusco nei modi ma dal cuore tenero, lo portiamo in una assolata e sfumata cittadina californiana e gli diamo una pistola carica e un oscuro e duro passato ci ritroviamo tra le mani il canovaccio di un Hard Boiled.
Ma se allo stesso eroe diamo anche un lavoro in polizia, una tosta collega e una battuta pronta per ogni occasione, cosa otteniamo? Otteniamo che il nostro eroe Chandleriano si contamina, si sporca con tutto quello che, da
Ellroy a
Tarantino, è stato pensato e costruito dopo, diventando il figlio naturale di una generazione cresciuta leggendo Hammett e guardando
Bruce Willis, una generazione con pochi miti, pochissime certezze e molte passioni: dalla musica al cinema, dai fumetti ai telefilm. Dante nasce dalla penna di ragazzi che assorbono quello che li circonda, e lo ricreano, lo ridisegnano e sputano poi qualcosa che ha il sapore di un “già visto”, che è uguale a tutto ma che non assomiglia a nulla.
Evoluzione di Dante
disegno di Walter Venturi
(c) 2007 Eura Editore

Per questo in Dante, si ritrova tutto quello che la generazione di mezzo, quella di
Palahniuk, ha masticato per anni: I libri e i film noir di uomini duri e di poche parole; le sparatorie e le esplosioni degli action movie, il concatenamento degli eventi e la forma dei telefilm americani, tutto in un fumetto che nasce per il piacere di esser scritto, con la convinzione che chi lo leggerà lo farà ripensando a tutta questa cultura pulp, che in un modo o nell’altro, lo ha affascinato e lo ha nutrito.
L’inferno a Paradise City
Un duro poliziotto di città si trasferisce sulla costa per fuggire ai suoi fantasmi, che inevitabilmente lo seguono. In questa nuova vita incontra un intransigente ma giusto capo, una bella e tosta collega e una nuova vita da distruggere. Quello che può sembrare il pilot di Tequila&Bonetti (ma senza il cane) è in realtà l’inizio dell’avventura di un uomo, sempre e comunque solo, che compirà un lungo viaggio attraverso la propria testa per uscirne distrutto.
L’inferno di Dante non è quindi Paradise City, una Los Angeles raccontata da Ellroy ma vista da
Shawn Ryan, bensì la sua testa e questo lo si intuisce quasi da subito. Ma perché nella sua testa ci sia l’inferno lo si scoprirà solo dopo, in uno dei migliori momenti della serie. Prima di arrivare a comprendere l’inferno,
Bartoli e
Recchioni ci accompagnano nel "mondo reale": un mondo fatto di pochi buoni e tanti cattivi; ed è la cattiveria pura quella che viene narrata in otto albi, dove l’evoluzione di Dante non è graduale, ma rapida ed immediata.
Il detective pare subito a suo agio tra violenza e depravazione e agisce con estrema naturalezza, come giustiziere e baluardo di integrità. La linea sottile tra bene e male non si vede, si percepisce a malapena, forse solo grazie a
Meridiana, collega, spettatrice e spalla di uno spettacolo tremendamente vivido e reale. Meridiana è una sorta di Virgilio, che tende la mano a Dante e lo porta fuori dal sangue, prova a dargli calore e a creare un senso all’orrore che è sempre più dentro di lui. Ma, per quanto tenera e piacevole, è comunque un’operazione vana. Dante ha i suoi fantasmi, ed appartiene solo a loro.
(asset non reperibile)
(c) degli aventi diritto
(asset non reperibile)
Il primo girone si conclude nel peggiore dei modi: l’eroe perde, e perde tutto. La follia e la violenza hanno avuto la meglio.
Ma cosa ci si poteva spettare di diverso date le premesse? Dante è figlio di una generazione che è stanca di veder l’eroe sempre bello, buono e giusto; di veder i cattivi sempre dietro le sbarre e i buoni sorridere dopo lo scontro finale. L’idea che il bene trionfa sempre non è di questa generazione, quindi, superato questo archetipo, si va oltre e si prospetta una svolta ben più realistica, meno disincantata, più buia.
Il purgatorio: la forza del lato oscuro.
Con la consapevolezza che il bene non vince sempre e che Dante è il peggior nemico di se stesso, Bartoli e Recchioni si preparano a raccontarci il Purgatorio del loro personaggio. Ma lungo l’inferno alcune carte sono state cambiate, qualche giocatore ha abbandonato la partita, ergo, la strategia cambia.
Ci è chiaro adesso che: il mondo non è bello, le donne fanno male come i pugni e la coscienza è una brutta bestia che ti alita sul collo non lasciandoti dormire. La testata poi non ha raccolto le schiere di lettori desiderati, ma si è assestata su di una piccola cricca di amici che, questo è certo, non scenderanno dal treno molto facilmente. Allora, visto che le cose stan così, perché continuare con la farsa? Giù la maschera e Dante esplode in tutto il suo splendore di insopportabile bastardo: non c’è un solo gesto di Dante, d’ora in avanti, che non sia sconsiderato, autodistruttivo o folle. Dante è in caduta libera e trascina con se tutto quello che lo circonda, da Paradise City ai suoi fantasmi, da Meridiana alla sua coscienza.
E allora anche la bella Meridiana, che doveva guidarlo nel suo viaggio, adesso non è altro che una mera spettatrice che non può far altro che assecondare e subire la sua follia, soffrendo con e per lui.
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(c) degli aventi diritto
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Adesso, entrambi per strada, fuori dalla polizia, carichi di dolore e rabbia repressa, provano a vivere, come nulla fosse, in un mondo che detestano, un mondo nel quale non si riconoscono e dal quale sanno che non avranno scampo.
Si può combattere un mondo tanto folle e cattivo? Si può sperare di avere la meglio o almeno di sopravvivere? Dante e Meridiana ci provano insieme, tenendosi stretti su di un piccolo divano, coprendosi le spalle in azione, guardandosi negl’occhi quando non vogliono guardar più quello che li circonda. Ma per sopravvivere in un mondo così bisogna essere cattivi, troppo cattivi. Così Dante va avanti mentre Meridiana cede il passo. Lui si evolve ancora, compie un altro passo verso l’odio e la rabbia; Meridiana si ferma qui, non può accompagnare il suo eroe nel Paradiso, non è abbastanza cattiva per farlo. Il paradiso di Dante è solo per lui.
Il paradiso: una terra desolata
Un uomo che non riesce a liberarsi dei propri fantasmi, che non supera le proprie difficoltà, che si trascina senza rialzarsi, che soffre e distrugge quello che di bello ha intorno, un uomo che non ha più nulla da perdere: è un uomo pericoloso.
Paradise City è devastata, è terra di nessuno, è in agonia. Solo il sangue e la violenza la tengono ancora in piedi, e tutto questo vale anche per Dante. Lui e Paradise City sono la stessa identica cosa.
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(c) degli aventi diritto
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Quindi cosa ti resta da fare quando ormai hai distrutto tutto quello che ti circonda, quando non hai più amici, più amori e più nemici, ma solo fantasmi? Semplice: affronti l’ultimo nemico possibile, te stesso. Il paradiso di Dante è una violenta lotta suicida di un uomo completamente folle che non ha nulla e che non vuole nulla. Corre incontro alla morte con freddezza, a testa alta, senza neppure il timore di non completare il lavoro. Il paradiso di Dante è un suicidio lungo otto albi. Otto buone occasione sprecate per farla finita: tutto quello che può sembrare una trama, che può dare uno scopo alla storia è solo una scusa per permettere a Dante di andare sempre più vicino al farsi ammazzare. Ma gli eroi, di qualunque generazione siano, non vengono colpiti dalle pallottole, le evitano sempre, si salvano comunque; ma Dante deve vincere almeno questa ultima battaglia, deve sconfiggere il suo più grande nemico. Così, dopo aver bruciato tutto e aver sparato più colpi che parole Dante arriva al capolinea, non si guarda indietro, sa cos’ha lasciato alle spalle, guarda davanti a se e, per la prima volta, vince.
Giovani disegnatori crescono.
Merito indiscusso della coppia Bartoli&Recchioni è quello di aver dato la possibilità a molti giovani disegnatori di misurarsi con un albo completo in una serie regolare. Iniziativa già nata con
John Doe è proseguita con Dante. Così facendo molti talenti hanno potuto crescere, farsi notare e apprezzare nel fumetto italiano. Tanto che alcuni di loro hanno visto riconosciuto il loro carattere e hanno preso il volo!
La testata acquista così una personalità nuova e un senso di sorpresa visto l’essere in divenire dei suoi disegnatori. Dante apre con la brava
Barletta e gli autori non mancano di sbandierarlo con strilli in copertina. Al fianco della Barletta troviamo altri ragazzi già apprezzati come
Fortunato e
Venturi, ma le loro apparizioni si possono contare sulle dita di una mano. L’intera iconografia di Dante si sposta infatti su di un tratto meno definito e molto più personale caratterizzato dalla costante presenza di
Pontrelli e
Dell’Edera che col loro disegno provvisorio, carico di impressioni e ombre caratterizzano l’atmosfera Dantesca. A completare la giovane scuderia ci sono altri ragazzi di grande carattere come
Bevilacqua,
Landini,
Piacentini e
Casalanguida che si inseriscono bene sulla scia del fumetto.
L’avere giovani autori a disposizione è sicuramente cosa buona, ma avvolte la poca esperienza e l’eccessiva varietà degli stili, se da un lato sviluppa un ottima cornice ad alcuni episodi, dall’altro crea una leggera confusione e l’idea di aver tra le mani un fumetto completamente diverso da quello fino ad allora letto; ma anche questo aspetto, non è necessariamente un difetto.
Buoni e cattivi.
Creare Dante è stata una bella idea, leggerlo una bella avventura. L’idea originale era di coinvolgere i lettori di John Doe e conquistarne di nuovi, molti, ma non è andata così: gli strilloni da locandine B-Movie in copertina, gli annunci di grandi disegnatori, gli incontri crociati con il ragazzo prodigio non sono bastati a far impennare le vendite e Detective è rimasto un fumetto per pochi intimi. Le motivazioni dietro a questo mancato successo sono diverse e di diversa natura: dalla grafica ai troppi esordi tra i disegnatori, dal tipo di pubblicità all’altalenante impegno degli autori.
Eppure è un peccato, perché un fumetto così popolare poteva essere goduto da molta più gente, e molta più gente poteva avvicinare ai fumetti: le fonti ispirative del fumetto, anche se hanno origine in
Chandler e
Hammett, si spostano quasi immediatamente al cinema d’azione dell’ultimo Boy Scout di
Tony Scott o al Training Day di
Fuqua; pur continuando ad ammiccare ad Ellroy ed
Altieri seguono lo schema e l’azione di The shield e 24. Un bagaglio culturale sicuramente ampio ma che, contaminato dall’america dagl’anni ’90 in poi, diventa più mainstream, più facilmente digeribile da un pubblico di ragazzi abituati a ritrovarsi davanti simili situazioni, simili gesti e simili battute. Dante è un bel sunto di quello che la nostra cultura ha prodotto negli ultimi quindici anni, un bel fumetto, piacevole e scorrevole da leggere, con punti di alta tensione e grandi colpi di scena, ma anche con puntate fini e se stesse, troppo scontate o ripetitive. Considerato quindi che gran parte del potenziale pubblico di Dante è rimasto allo scuro della sua esistenza, non sarebbe una brutta idea far leggere ad amici e parenti a digiuno di fumetti, ma non di Pulp movie, le avventure di questo dannato Detective, e vedere cosa accade.