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Sog. e
Sce. Federico Memola
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Da tempo ormai le sceneggiature dei fumetti bonelliani, a parte le testate più tradizionali, stanno abbandonando la tecnica di concentrarsi sulla trama per privilegiare, invece, i personaggi. Non è più quindi il protagonista a essere funzionale alla vicenda narrata, ma viceversa.
Anche in quest’occasione Memola parte dai problemi personali di Jonathan e Jasmine per sviluppare e portare a conclusione il “doposaga” che, ricordiamo, vede Myriam confinata sulla Luna al fine di mantenere l’equilibrio magico sulla Terra.
"Un ciclo secondario, questo, in tutti i sensi"
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Un ciclo secondario, questo, in tutti i sensi. Non solo come lunghezza e come tematiche, meno intense e coinvolgenti rispetto al ciclo lunare, ma anche come conclusione. Non poteva essere altrimenti. Era abbastanza ovvio che le cose sarebbero andate in questo modo. Giusta, per esempio, ma anche prevedibile, la scelta di ambientare la scena culmine nel luogo laddove tutto ebbe inizio, come narrato nel n.4. D’altronde, che Myriam uscisse definitivamente di scena non ci credeva nessuno, quindi l’unico vero motivo d’interesse restava il vedere come Memola avrebbe architettato questo telefonatissimo ritorno.
Da questo punto di vista non nascondiamo una certa delusione. Il “complotto divino” non ci ha convinti appieno, e fatichiamo a capire le parti avute da Myriam e soprattutto da Jonathan. Nel primo ciclo egli si trovava suo malgrado, umano fra gli déi, a essere il cardine di tutta la vicenda e la cosa, pur nella totale inverosimiglianza, aveva una sua logica. Ora, invece, la sensazione di forzatura finalizzata unicamente alla riesumazione di Myriam è quasi palpabile.

Di nuovo insieme! (c) 2002 SBE
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Ma dicevamo che in questo caso non è tanto la storia in sé a essere importante, quanto la descrizione e lo sviluppo dei personaggi. Però anche stavolta siamo andati incontro a una delusione. Non tanto per il fatto che Memola indulga eccessivamente sui tramestii sentimentali di Jasmine o sulla gelosia di Selene; qui è puramente una questione di gusti, e se in una serie avventurosa si vuole inserire una dose massiccia di sentimentalismo lo si può fare, purché non stoni.
"E’ proprio questa, invece, la sensazione generale. Di stonatura."
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E’ proprio questa, invece, la sensazione generale. Di stonatura. Stonano i dialoghi a metà fra la telenovela e “Tre cuori in affitto”. La -troppo- lunga scena della “seduzione” di Jonathan da parte di Jasmine è francamente banale e prevedibile, per non essere più severi. Ma stona soprattutto la psicologia di Jonathan, per come ci era stato presentato all’inizio e per come si è sempre comportato. Un avventuriero cinico, maturo e realista, che oggi esce con una frase del tipo “sono sempre state le donne a mettermi in crisi”.
Vediamo di intenderci. Costui fa praticamente girare la testa a tutte quante, dée comprese; dovrebbe essere abituato a cambiare ragazza come si cambia vestito, e invece si comporta come un quindicenne alla prima cotta. D’accordo l’eroe moderno, d’accordo l’uomo sensibile del 21mo secolo, d’accordo (mica tanto ?) la negazione del “machismo”, ma il volergli a tutti i costi trovare un punto debole, e trovarglielo così, sa di ruffiano. Sembra una chiara strizzata d'occhio al gentil sesso e, ripetiamo, stona maledettamente. E stona proprio perché siamo nel 21mo secolo, dove il nostro Jonathan si troverà, com’è già accaduto, a confrontarsi con avversarie dure e spietate, con meno scrupoli e soprattutto meno turbe psichiche. Come farà uno che va in bambola per un bacio ad affrontare donne del genere? Ci sembra coerente con il Jonathan dei primi numeri? E’ possibile inquadrare questo cambiamento in una supposta “evoluzione” del personaggio? A noi appare piuttosto un’involuzione, una perdita di credibilità.
"Con questo non vogliamo dare l’impressione di voler stroncare la storia"
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Con questo non vogliamo dare l’impressione di voler stroncare la storia. La sceneggiatura di Memola si mantiene sul consueto buon livello, veloce e frizzante. Alcuni dialoghi sono effettivamente sotto tono e sotto la media della serie, ma sono compensati dal buon ritmo, dagli stacchi azzeccati, dalla fluidità della narrazione. Il soggetto non è eccezionale, ma è valorizzato dalla sceneggiatura. Jonathan è innanzi tutto una piacevole lettura e questo albo non fa eccezione.
  

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Teresa Marzia e Jacopo Brandi
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Teresa Marzia, che aveva già realizzato la storia degli albi n.3-4, si caratterizza per una marcata influenza giapponese, rifacendosi in particolare a quei manga con toni da commedia e dal tratto sintetico; per intenderci, ricorda più “Orange Road” che “Crying Freeman”.
Grazie anche all’apporto delle chine di Jacopo Brandi, la Marzia mostra un’evidente evoluzione rispetto alla sua ultima prova di quasi tre anni fa. Il suo segno è fresco e dinamico e, come di consueto nelle pubblicazioni del sol levante, spazia dal drammatico al caricaturale, secondo le circostanze. Buona la rappresentazione tecnica, le inquadrature, gli scenari, ma è in particolare sulle figure umane che vorremmo soffermarci.

Scena drammatica... o comica? (c) 2002 SBE
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E’ qua che, a nostro parere, il suo stile non si è sempre ben adattato alla storia. La trama, infatti, è tutto tranne che allegra (a parte l’ultima tavola). Ebbene, in 93 pagine segnate da eventi ora drammatici, ora passionali, ora di pura azione, in più di un’occasione l’interpretazione grafica non è stata adeguata. Se l’abbraccio fra Jonathan e Myriam è perfettamente riuscito, le scene dei teppistelli di strada e del sogno di Jonathan/Jasmine, per fare due esempi, sono state inficiate da un segno quasi “comico”, per non dire caricaturale. La sintesi è un’ottima dote, ma talvolta la Marzia sembra considerarla unicamente un’occasione per sfogare la sua dichiarata nippofilia, col risultato di smorzare l’effetto drammatico. Inoltre, sempre ricalcando un “vizio” di molti suoi colleghi giapponesi, i volti rischiano spesso di risultare troppo simili tra loro (come nel caso dell’agente canadese e del mago).

Ma saranno parenti questi due? (c) 2002 SBE
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Chiaramente ciascun disegnatore ha il diritto d’interpretare la sceneggiatura come meglio ritiene, ma a nostro parere questo non sempre è avvenuto al meglio. Non a caso, e sempre a nostro avviso, la tavola più riuscita in assoluto è l’ultima, dove il repentino cambiamento di tratto è perfettamente funzionale alla virata comica della trama.
  
La copertina di Olivares non è delle migliori. Inoltre illustra una scena che, oltre a non esistere, non rappresenta assolutamente il contenuto dell’albo, risultando invece forviante. Non c’è dubbio infatti che la storia ruoti intorno a Myriam, che è tra l’altro l’unica a essere veramente minacciata, e invece in copertina non compare nemmeno.
Approfittiamo della valutazione globale anche per sottrarre qualche punto alla sceneggiatura a causa dei già citati “dialoghi non all’altezza”.
Se volessimo sintetizzare in poche parole il giudizio, diremmo che tutto sommato la storia ci è piaciuta; Jonathan, avventuriero con l’anima da adolescente, un po’ meno.
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