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Ma quanti sono gli dei di Jonathan Steele??
Paese che vai, divinità che trovi |
Difficile individuare nel testo cosa esattamente non abbia funzionato, ma sta di fatto che questa conclusione non solo non ci ha pienamente soddisfatto, ma ha anche evidenziato più chiaramente le pecche della saga nel suo intero. Vi è innanzitutto un problema di equilibrio narrativo. Questo albo non ha il respiro dei precedenti tre e, per giunta, si pone nella delicata posizione di capitolo conclusivo: l'intensificazione del ritmo, al fine di concentrare in poche pagine numerosi avvenimenti cruciali, ci è parsa decisamente eccessiva, soprattutto perchè avvenuta a scapito di altre componenti che avevano caratterizzato sino a quel momento la narrazione (l'approfondimento psicologico, la cura per i comprimari, ecc.). Un capitale di pagine, dunque, non sprecato, bensì mal gestito.
Non ci ha infine particolarmente colpito l'ambientazione arabeggiante, tutto sommato più scenografica che caratterizzante. Abbiamo sicuramente apprezzato la scelta di non cavalcare la facile onda di un fantasy tolkieniano, ma questa atmosfera da "Mille e una notte" ci è parsa decisamente priva di mordente. Non sono mancati tuttavia episodi ben riusciti. Di questo ultimo albo, ad esempio, ci è piaciuta molto la disperata discesa agli inferi di Jonathan. Qui il nostro biondino si produce nella più violenta battaglia della serie, agitando la spada con una furia ed un odio tali da farci azzardare un paragone con Berserk, il protagonista di uno dei più celebri (e violenti) manga del Sol Levante. La sceneggiatura di Memola si distingue come al solito per l'ottima fluidità dei dialoghi, anche se in questa conclusione dobbiamo rilevare una certa pomposità di alcuni passaggi e un linguaggio a nostro parere eccessivamente colorito per quanto riguarda Myriam.
Ottimo esordio davvero per Luca Raimondo. Nonostante alcuni aspetti possano ancora essere notevolmente migliorati (in primis la continuità qualitativa delle tavole), questa prima prova ci ha colpito parecchio. Il punto forte di Raimondo sono i volti, disegnati con un tratto piacevolmente plastico, capace di rendere al meglio una vasta gamma espressiva. Jonathan, specialmente nella prima parte della storia, raggiunge ottimi vertici di intensità, con un picco di eccellenza nella sequenza della tempesta in mare. Buoni anche i numerosi elementi architettonici presenti in questa storia, realizzati con padronanza delle tecniche di chiaroscuro. Infine, impreziosiscono il lavoro dieci tavole in mezza tinta di ottima qualità. Bello il taglio della copertina di Olivares, che tuttavia questa volta non si supera nella colorazione, troppo carica e accesa.
Come già detto, questo lungo excursus di Jonathan dalle sue abituali vicende terrestri (si fa per dire!) non ci ha molto convinto. Va tuttavia tributato un plauso a Memola per il suo desiderio di sperimentazione, che ha fatto di Jonathan Steele una delle testate più atipiche e
imprevedibili del panorama bonelliano, nonchè l'unica vera erede di Zona X in quanto a varietà di tematiche e ambientazioni trattate.
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