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All'apparenza una famiglia felice quella di Melanie Ward: uno splendido bambino, un marito premuroso ed un padre affettuoso: la premessa perfetta per l'entrata in scena del dramma, che infatti arriva puntuale. E Julia indaga come da copione, ma questa volta, tra una ricerca e l'altra, trova anche il tempo di giocare con i suoi sentimenti...
Storie di ordinaria umanità |
Questo numero porta una piccola rivoluzione in casa Julia: Berardi sembra infatti ormai deciso a giocare con il lettore a carte scoperte. Infatti, concedendosi per l'occasione anche un paio di gustosissime digressioni di sceneggiatura (l'incubo di Julia che contamina la realtà e la divertente parentesi con i robottini) costruisce un episodio che è particamente una confessione: non gli interessa (e non gli è mai interessato fin dall'inizio della serie) raccontare delle storie gialle, ma, molto coraggiosamente, vuole raccontare esclusivamente delle vicende umane. Quella di Julia, innanzitutto, donna prima che criminologa, e poi quelle di tutti gli altri protagonisti delle sue storie.
Nella recensione al primo numero concludevo paragonando Julia ad una sfida di Berardi con il lettore di oggi, sempre più distratto da stimoli di ogni tipo e sempre meno affezionato agli "eroi" di stampo classico. Ora, dopo oltre un anno di vita editoriale, i contorni di questa sfida mi sembrano assai ben delineati: Julia non aspira ad altro che ad essere una mediazione fra realtà e immaginario, e persegue questo suo obbiettivo raffinando, numero dopo numero, una narrazione impegnata a rendere "normale" ogni situazione e invocando conseguentemente una normalità parallela nei lettori. Una "straordinaria mediocrità" per usare una suggestiva dicotomia lessicale, da intendersi come assoluto valore e non, al contrario, come deprecabile anonimato. Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.
Un discorso analogo può essere fatto anche per i disegni di Dall'Agnol: il suo stile infatti si sta assestando su di un segno assai meno appariscente di quello degli esordi, ma più attento alla sostanza, alla ricerca di una maggiore efficacia recitativa. Nessun clamoroso rinnegamento del passato: certo, rispetto ai tempi di Dylan Dog, il segno di Dall'Agnol è ora più aperto ed impressionistico ed il nero non è più solo un colore ma inizia ad essere usato per definire luci e ombre, ma la sua talentuosa mano è ancora perfettamente riconoscibile sia nelle personali caratterizzazioni dei personaggi che nelle felici composizioni di molte inquadrature.
Julia, ad esempio, si conferma il personaggio più difficile da gestire sul piano visivo: dato il livello di sintesi ormai raggiunto da Dall'Agnol, il viso della protagonista avrebbe potuto essere reso efficacemente anche con qualche segno in meno. In sostanza un ottimo numero, che aggiunge anche qualche piccola novità ai meccanismi interni della serie, e lascia presupporre una ulteriore evoluzione in questo senso dei futuri episodi.
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