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Un ritorno alle origini per Martin, un presente pieno di certezze per Diana e nuovi interrogativi per i lettori. Il prezzo da pagare? Questa storia!
Il minestrone dello zio Alfredo
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Intervistato quest'anno a Torino Comics, Giancarlo Alessandrini, rispondendo ai lettori che chiedevano un Martin Mystère meno pantofolaio, aveva dichiarato che la storia che stava ultimando rappresentava un'inversione di tendenza, per certi versi un ritorno alle origini, in cui il BVZM avrebbe abbandonato ciabatte e giornale per tornare ad indossare il mitico giubbotto dei primi numeri.
Con queste referenze, il nuovo lavoro della coppia di autori mystèriani per antonomasia era avvolto da un'aura di curiosità, amplificata anche dalle accattivanti preview, che mostravano un Martin intento a ripercorrere quelle strade della Tessaglia che avevano rappresentato l'inizio di una saga bicentenaria.
Tutto il materiale eroistico è infatti delegato al personaggio di Lawrence d'Arabia, nel complesso ben caratterizzato, con il quale il lettore fatica però ad indentificarsi, finendo per seguirne le gesta senza partecipazione. Incredibilmente persino la parte di ricerca e deduzione, che ultimamente compensava abbondantemente la mancanza di situazioni avventurose, è qui ai minimi storici. Martin non fa altro che recarsi in Grecia e di lì seguire le indicazioni del portiere dell'albergo e di Padre Yorgo. L'impressione è quella di una storia dove Martin subisce passivamente gli eventi; tutte le vecchie conoscenze che incontra hanno qualcosa da raccontargli, i frammenti di un racconto che si sviluppa praticamente per intero in un lungo flashback. L'intento iniziale era probabilmente triplice. Si voleva innanzitutto mettere un po' d'ordine in alcune vicende lasciate in sospeso (e a questo fine si sta preparando anche un sequel, che dovrebbe riprendere altri misteri rimasti insoluti); successivamente si è usufruito dell'occasione vagamente celebrativa per dare un annuncio che da un po' era nell'aria, ovvero il matrimonio di Diana e Martin (che viene, guarda a caso, poco dopo quello dello zio Alfredo) collocabile nel periodo estivo (inizialmente questa storia doveva essere pubblicata nello speciale di quest'anno), l'idea era probabilmente quella di aprire la strada all'imminente gigante settembrino, introducendo gli alieni e le loro pietre di luce in una sorta di ripasso generale - utilissimo, posso dire dopo aver letto il succitato Mystèrone!.
Altro merito della storia è quello di non privilegiare gli aspetti "iniziatici", bensì di garantire una buona leggibilità (cosa non riuscita invece nel Gigante!) anche per quei lettori che non sono cresciuti a pane e Atlantide.
Ogni prova di Giancarlo Alessandrini viene attesa col fiato sospeso. La curiosità di scorgere nuove soluzioni grafiche tra le tavole del disegnatore marchigiano è sempre immensa e raramente viene delusa.
Per questa storia Alessandrini ha potuto attingere a piene mani dal suo bagaglio artistico. C'è un po' di fantasy, tanti primi piani e molti altri elementi già ampiamente collaudati precedentemente.
Inutile dire che il suo lavoro rasenta come al solito la perfezione. Al di là della oramai classica interpretazione del Martin "con gli occhi chiusi" e della consueta abilità nel far scaturire emozioni e stati d'animo anche da visi molto sintetici, il papà grafico di Martin dà il suo meglio nella lunga sequenza dell'avventura araba di Lawrence. Molte tavole sono infatti di grande impatto, mentre altre sono eccellenti per dinamismo e spessore emotivo.
Delle due cover di Alessandrini la prima è da buttare, mentre la seconda è un vero gioiellino, un'amabile presa in giro dello stile miniaturistico, tema della storia di Beretta che comincia a metà albo. Nel complesso una storia dimenticabile, il cui solo pregio è quello di fornire qualche indiscrezione sulla vita privata di Martin e di introdurre nuove situazioni da sviluppare ulteriormente in seguito.
Per quanto riguarda la questione pantofole, chi scrive non è un sostenitore del ritorno alle scazzottate in giro per il mondo. Non è vero che Martin sia per forza imbolsito se costretto ad una vita più regolare. Certo le difficoltà per chi realizza le storie aumentano, ma non mancano nuove leve, che fino ad oggi hanno saputo muovere le acque non necessariamente in una direzione più eroistica. Mi viene in mente lo splendido cinquantenne di Morales, che lascia il campo al più in forze Java o si ritaglia una storia intimista di grandissimo spessore. Insomma, la strade da percorrere sono tante, bisogna solo avere il coraggio di batterle fino in fondo.
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