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Mystèrodissea recensione di Giuseppe Pica
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Personalmente, tra i personaggi popolari che costellano la letteratura disegnata di marca bonelliana (e non solo), ritengo Martin Mystère senz'altro quello più interessante. Soprattutto, è quello che, male che vada, se proprio la storia dovesse essere brutta (ed è capitato, negli ultimi tempi, un po' troppo spesso), se i disegni non dovessero essere all'altezza, ci si può sempre accontentare della rigorosa ricerca alla base della storia. Sì, male che vada, con MM si impara sempre qualcosa. Magari a fatica, data la logorrea del personaggio (logorrea che, in mani pericolose, può essere peggiore di una lezione universitaria di un pomeriggio di maggio), ma si impara; si chiude senz'altro l'albo con la consapevolezza di non aver completamente sprecato tempo e denari, e non è cosa da poco, ed è da invidiare, visto che con un Nathan Never, un Dylan Dog o con un altro personaggio "seriale" (ahinoi, nel senso più brutto del termine), questo non succede.
La storia in oggetto, durata ben tre numeri, non rientra pienamente nella casistica appena enunciata, ma neanche, come è successo con un Bagnoli-Pfeiffer o con un Morales, fa gridare al miracolo, né impedisce di rimpiangere la arguta penna del Buon Vecchio zio Alfredo (Castelli), anima e voce narrante del nostro detective dell' impossibile. Anche se non eccelsi, i testi e, soprattutto, la regia della sceneggiatura appaiono anche interessanti, sotto un certo punto di vista: certe locuzioni tipicamente castelliane e una certa ironia di fondo (e autoironia) nei dialoghi dei personaggi (seppur classicamente bonelliani) lasciano un sorriso negli occhi (pardon) e denotano una volontà di distinguersi. Basti vedere il salto temporale (anche se un tantinello brusco) con cui si risolve l'attacco dell'esercito nell'isola, basti osservare come il tutto si concluda sul lettino di uno psicanalista (che non è tale, ma lo vediamo dopo). Basti leggere qualche dialogo azzeccato e vedere Diana Lombard passare da donna-stereotipo a donna-stereotipo-ma-con-qualcosa… Certo, non gridiamo al capolavoro, e neanche ci si può permettere di considerare l'autore come l'erede di Castelli (ma sarà nata, poi, una tal figura?), ma si può apprezzare, direi, il tentativo di uscire fuori da certi schemi, a dimostrazione che nessuno, in redazione, vieta nulla a priori… E che tutto è in mano agli autori.
L'impressione è che qui MM sia un po' fuori contesto, nient'altro che un attore non protagonista (e quasi esclusivamente per fargliene succedere di tutti i colori), e che tutti ruoti su reincarnazioni e stregonerie e personaggi che appaiono e spariscono solo in funzione del successivo blocco narrativo (spesso fine a se stesso). Il tutto, per arrivare alla (scontata) fine. E basta. Con buona pace del pur interessante soggetto di base... C'è davvero troppa carne, sul fuoco, che neanche Castelli in persona, nell'ultima parte, riesce a salvare dalla bruciatura. Ma capiamo che la solita ambientazione può produrre ancora più ripetizioni, e allora scusiamo e comprendiamo e leggiamo. E continuiamo ad acquistare. Speranzosi. Imperterriti. Sperando che succeda qualcosa. Che succeda qualcosa!
I disegni, pur dignitosi, non convincono. Romanini è certamente un buon professionista, ma non ci pare ancora a suo agio con MM (copia un po' troppo Filippucci); soprattutto, non pare abbia ancora un suo segno personale. Gli anni passati come assistente di Magnus si fanno sentire, tanto che la matita e gli inchiostri spesso indugiano su stilemi magnusiani per ciò che riguarda Kobe, il cattivo della situazione (che a volte ricorda addirittura Martin Hel e Diabolik), e il professor Calisi, macchietta tipicamente alanfordiana. A questa schizofrenia artistica, poi, va aggiunto il tentativo di "ispirazione" ad un altro grande del fumetto, Ernesto Garcia Seijas, padre grafico di Bruno Bianco e di Elena (ancora targati eura, come Martin Hel). Il tutto, senza la minima continuità e armonizzazione del tratto, non riesce dunque ad amalgamarsi come nelle sue storie di Zona X, e lascia una sgradevole sensazione di mal digerito, di già visto, di confusione grafica che potrebbero essere scusati in un esordiente, certo, ma non in un veterano della sua esperienza. Insomma, una storia un po' così, non tutta da buttare, certo, ma... tra un paio di mesi, chi la ricorderà? Certo non chi scrive.
Vedere anche la scheda della storia
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