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La sagra degli stereotipi
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Recentemente, (n.256) l'amico di letture Di Clemente aveva sospirato che difficilmente una storia del BVZM sarebbe potuta cadere più in basso... ora a noi tocca contraddirlo, visto che questi uomini del blues hanno davvero fatto toccare il fondo ad una testata dagli esiti recenti molto altalenanti.
Sono due gli aspetti che maggiormente sconcertano: da un lato, la sceneggiatura, che infarcisce gli albi di dialoghi degni del peggior film western; dall'altro, l'ambientazione della storia. Per quanto il Ku Klux Klan sia una realtà scottante ed estremamente viva nella memoria degli USA, è davvero difficile accettare una simile accozzaglia di luoghi comuni, dallo sceriffo malato di potere, al nipote idiota, al giovane assetato di sangue, ai neri buoni e perseguitati, al paesino sperduto nel nulla, con tanto di centralinista! (SIC!)
I dialoghi, poi, sono al limite del ridicolo: a parte il fastidioso biondino con cui Big Bill continua a chiamare Martin, a parte il capo senza nome, a parte le continue e ripetute minaccie di morte di chiunque verso chiunque...a parte tutto ciò, ancora sopportabile, lo scambio più offensivo per il lettore è quello tra Martin e il motociclista, che va necessariamente riportato e commentato:
Martin: Mi chiamo Martin Mystere, e devo aiutare due amici che si trovano in pericolo...
Primo grande interrogativo del lettore, che si chiede quand'è che il BVZM si è trasformato in un mezz'eroe da telefilm che, educatamente, pretende le moto altrui... e soprattutto ha la sorte di incontrare l'unico motociclista tonto (come si dimostrerà tra poco) di tutta la città! Motociclista: Voi della TV guadagnate un mucchio di soldi! Fammi un'offerta che non posso rifiutare e la moto è tua, fratello! Improvvisa ramanzina del motociclista contro lo star system: se fosse un giovane coerente, andrebbe via sgommando, e invece, da bravo figlio della new economy, inizia improvvisamente a trattare la vendita della sua moto (che probabilmente è anche la sua unica proprietà, quindi non si capisce il perchè dovrebbe separarsene). Martin: Purtroppo non ho soldi con me, e neppure la carta di credito... ti prego... come di suol dire, "è una questione di vita o di morte!"... Il BVZM, d'altra parte, insiste nel suo mieloso tentativo di rubare una moto, sempre educatamente per altro. Non è chiaro cosa sarebbe successo se Martin avesse avuto la carta di credito: sarebbe corso a prelevare? L'avrebbe data al ragazzo? Il ragazzo avrebbe tirato fuori un lettore POS e avrebbero concluso la transazione con tanto di ricevuta? ;-) Motociclista: Mmm... il tuo orologio deve valere parecchi quattrini... farà un bell'effetto sulle ragazze, non so se mi spiego... Qui, la dimostrazione che il motociclista è, poveretto lui, un pò indietro: difatti, è risaputo che un orologio colpisce le ragazze molto di più di un centauro in sella ad una moto. ;-) E soprattutto, un orologio, per quanto Rolex o Cartier, varrà mai quanto una moto? Martin: Uh...e va bene!... ti avverto che non ha mai funzionato in quel senso... forse tu avrai maggiore fortuna!... Il BVZM, non meno ridicolo del giovane, conclude con una battuta simpatica, un pò seccato dal doversi separare da un oggetto che varrà, si e no, un decimo della moto, senza per altro far notare al giovane la truffa di cui è vittima. Ma, come si suol dire, è questione di vita e di morte! Ultimo dubbio del lettore: perchè ogni...battuta...è seguita... da... i tre puntini di sospensione? Per aumentare il pathos del dialogo, forse?
Il nostro commento, unito ad un pizzico di giocosa cattiveria, mostra l'assoluta mancanza di profondità e intelligenza nei dialoghi: questo tra Martin e il ragazzo è solo uno dei tanti. In realtà l'intero albo è infarcito di superficialità (vedi anche nella scheda le incongruenze presenti). Purtroppo, questa caduta di stile rovina un albo la cui storia potrebbe essere una fonte ricca di spunti: il blues è un argomento affascinante, e per un antropologo come il BVZM c'è materiale in abbondanza di cui discutere. Inoltre, anche la velata malinconia che traspare dalla storia potrebbe essere meglio sfruttata, e invece viene ridicolizzata dalla sceneggiatura. I disegni sono l'unica parte che merita la sufficienza, anche se la presenza di quattro mani all'opera si nota eccessivamente nei repentini cambi di stile di alcune vignette. Tuttavia, non è certo colpa di Leoni e Cardinale (esordiente in Bonelli) se la storia non funziona affatto e si rivela un tonfo spaventoso.
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