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Io vagabondo, che son io. . recensione di Paolo Ottolina Mister No, eterno vagabondo, incontra il profeta di tutti vagabondi: Jack Kerouac! E incontra anche un grande jazzista, alle prese con grossi guai...
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Se bisogna scegliere un instancabile vagabondo tra i personaggi Bonelli, allora quel personaggio è Mister No. Ha macinato migliaia di km. col suo Piper; ha passato in rassegna ogni angolo dell'America Latina, e prima gli Stati Uniti, la Cina, l'Indocina, Papua, l'Europa, l'Africa, persino l'Antartide. Più ancora delle mere statistiche chilometriche, Mister No ha incarnato lo spirito dell'avventura nomade e instancabile, del viaggiatore che non si ferma perchè non può e non deve fermarsi. E se bisogna scegliere un nome, un nome solo tra i cantori letterari del viaggio, allora quel nome è Jack Kerouac, aedo autobiografico del nomadismo contemporaneo. Due ribelli, Jack e Jerry, una comune passione per l'alcool, per le amicizie schiette, per l'avventura che è una pulsione irrinunciabile. Due coetanei, magari, visto che Jack è del '22. Due gemelli astrali, praticamente: si poteva non farli conoscere? Certo che no, non si poteva farne a meno: Mister No ora vive nei rutilanti States degli anni '50 e di quegli anni di Kerouac è il simbolo e il nume tutelare, insieme a un altro ribelle, James Dean.
Veniamo alla storia: il plot, per cominciare. Se noi fossimo Propp e questo Mister No fosse sottoposto a una analisi morfologica delle funzioni, il risultato sarebbe tra i più classici e tra i più lineari: un eroe (Mister No) aiuta il mandante (Curtis Gray, il jazzisti) a recuperare l'oggetto (la figlia di Curtis); ha l'appoggio di alcuni aiutanti (Keroac, Max Culver, lo stesso Curtis) e deve avere la meglio sul suo oppositore (il malvagio Scully) e sui suoi sgherri (Hector, Sal, etc.).
Una tipica situazione di disgiunzione, insomma ;-). Un soggetto piuttosto essenziale, anche se i detour della narrazione si sprecano.
Ed è proprio negli ammennicoli del soggetto nudo e crudo che sta la forza e il gran lavoro di Marzorati: ispirandosi allo stile di Kerouac, l'autore confeziona lunghi passaggi lirici, tanto a focalizzazione interna (l'inizio, la conclusione), quanto a focalizzazione zero (i dialoghi tra Jerry e Curtis, Curtis e Kerouac, Jerry e Kerouac). E' un tono forse eccessivamente pomposo (ispirato al primo Kerouac, quello wolfiano di "La città e la metropoli"?), in alcuni passaggi si pecca di didascalismo
(c'è la volontà esplicita e un po' forzosa di indurre il lettore a notare la somiglianza tra Mister No e Kerouac, come quando Kerouac assimila Jerry al fraterno amico e ispiratore Neal Cassidy), alcuni dialoghi sono un po' affettati e "complimentosi" (Jerry e Jack chiacchierano sullo stile: "Ehi, ma tu hai viaggiato molto più di me", "Ma no, anche tu hai girato tanto", "Ehh, ma tu di più, molto di più..."; e Jack e Curtis sullo stile: "Ehi, ma tu sei un grande scrittore", "Ma no, figurati, tu sei il vero artista, tu sei un grande musicista", "Sì, ma di te parlano tutti come la nuova speranza della letteratura nordamericana", "Sì, ma i brividi che dai tu quando suoni...", etc.). I dialoghi rendono comunque bene la fraternità che si instaura in quel microcosmo anticonformista di artisti e musicisti, e alcuni passaggi piacevoli e azzeccati. Citiamo lo sketch "tarantinato" dei fumetti di Sal e del moribondo che si agita un po' troppo nel baule dell'auto (pag.71-73); o la sequenza onirica di Curtis (pag.51-53). Curtis, poi, è un altra bella figura ispirata a Marzorati dalle sue conoscenze musicali: di fantasia fino a un certo punto, come lo era già Hank Brooks (cfr. 255/256). Invece, è un po' ridicolo, francamente, che Mister No vada si butti nella tana dei cattivoni alla testa del più scalcinato commando mai visto, composto da un jazzista drogato, uno scrittore e un imprenditore mingherlino.
I fondamentali per un'ottima prova ci sono tutti, nessuno escluso. Il livello di dettaglio è molto elevato, gli ambienti risaltano nitidi nei loro particolari. La padronanza delle anatomie è perfetta, l'obiettivo delle inquadrature svaria con grande fantasia e quasi non lo si nota tanto è naturale la resa dei corpi. Notate ad es. la seconda vignetta di pag.88: un punto di vista particolarissimo, di poco sopra la testa del tizio barbuto e decentrato a sinistra, con un impatto ottimo; Bruzzo sembra quasi essere un fotografo che impugna un obiettivo grandangolare.
Molto buono il lavoro di ricostruzione della New York anni '50 , frutto sicuramente di una copiosa documentazione. Un albo molto particolare: per l'atmosfera malinconica (come un bel blues), per l'incontro Mister No-Kerouac, per le illustrazioni potenti di un giovane purosangue. Luci e ombre, ma l'esperimento è valido.
Ah, pare che Diso non sia convinto del nuovo corso:
sta forse remando contro ;-)? Un'altra cover modesta,
non alla sua altezza.
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