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Cosa può fare un povero vedovo, per dimenticare la perdita della dolce consorte da un proiettile vagante? Può affidarsi al nettare di Bacco, oppure seguire un consiglio simile:
Spara che ti passa
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Nei primi due terzi, questa storia ci ha illuso: ci ha illuso di poter leggere un racconto finalmente privo di un cattivo con la voce truce e biechi propositi di vendetta; ci ha illuso di farci leggere una storia di "ordinaria metropoli" con dialoghi comuni ma non banali e personaggi interessanti nella loro normalità; ci ha illuso di farci dono di un personaggio negativo degno di essere ricordato. Poi Mignacco ha fatto virare la trama verso l'ordinario tran-tran di un banale conflitto buono vs cattivo con la bella di turno come premio. E il cattivo è rientrato nei ranghi di personaggio malvagio perché la vita è stata malvagia con lui, così tanto da farlo uscire di senno. Perché l'inizio era, invece, tutt'altro che disprezzabile? C'era la Metropoli, viva e pulsante, con i suoi pub, il suo jazz, i suoi grattacieli; eppure si respirava anche quella scanzonata di Manaus, con le chiacchiarate tra Jerry e gli amici (finalmente Harvey con una delle sue promesse "storie"! Peccato che, col ritorno in Amazzonia, non ne sentiremo più :-( ), con Jerry che tuba ed esce con una donna senza tanti coinvolgimenti lacrimevoli-stucchevoli (cfr. la Darlene dei nn.268-272). In mezzo a tutto ciò, la figura misteriosa e malinconica di un barbuto killer: taciturno, letale, sguardo fisso e mira infallibile. Una figura potente nella sua assoluta alienazione, uno di quei tipi che la Metropoli ha masticato, digerito e risputato, ma si è tenuta l'anima. Johnathan Deep come Travis Bickle, il De Niro di "Taxi Driver". C'era odore degli "Occhi di uno sconosciuto", per ricordare un'altra indimendicata figura di alienato bonelliano. E invece Mignacco ha preferito non rischiare sul crinale di un personaggio difficile da gestire, e nel finale, si è premurato di spiegarci perché e per come sparava, ha dato a Mister No un serio motivo per suonargliele e gli concesso un uscita di scena degna di un pazzo DOC, già vista e mortificata dai disegni dozzinali. Così, invece del De Niro di "Taxi Driver", ci siamo dovuti accontentare del De Niro di "The Fan". Tutto un altro paio di maniche...
A volte capita che si provi per qualche artista un'antipatia razionalmente immotivata. Poi, per caso, il perché di quel "non mi piace" torna e fuoco e tutto si fa comprensibile. Qualche anno fa, nel boom di bonelloidi di serie Z che ammorbarono il mercato dopo l'esplosione del fenomeno Dylan Dog, ce n'era uno che spiccava per una sua invidiabile peculiarità: Kevin Rako fu, a memoria, l'unico eroe-testimonal, non in vendita (per fortuna!) ma leggibile solo acquistando un certo prodotto per merende. Inutile dire che le vendite del prodotto non decollarono grazie al lungimirante abbinamento (e vorrei conoscere il direttore marketing di quell'azienda ;-), e di Kevin Rako uscirono una manciata di numeri...tutti doviziosamente disegnati dal duo di questo Mister No.
Ecco perché, nella scorsa prova di Busticchi&Paesani, scrivevamo "[...]In complesso, l'impressione è quella di un disegno estremamente vecchio, pesante, anni '70, da pubblicazione di serie-B. Sullo stile dei non compianti Demon Hunter, Dick Drago, Dagon, etc". Il nome giusto era Kevin Rako :-) In questo numero, il tratto palesa tutta la sua assoluta banalità, ma, per lo meno, è abbastanza corretto nei fondamentali. Scadente la resa del tragico finale, che in mano ad altri disegnatori, avrebbe potuto risultare molto più incisivo. Discreto, invece, il modo in cui è reso il curioso incubo di Mister No, con tanto di Moby Dick a New York.
Una delle tante occasioni perse nella produzione annuale di Via Buonarroti: con un po' più di coraggio e di anticonformismo, poteva essere un episodio da ricordare. Così, passerà presto nel dimenticatoio.
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