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articolo di Sabrina Mancosu |
Operai con i visi e gli abiti sporchi dal grasso delle macchine e dalla miseria; sguardi fissi e senza speranza rivolti ad uno schermo televisivo dal quale una piacente speaker dalle labbra piene atteggiate ad un professionale sorriso - una voce che non è difficile immaginare suadente - rivolge il cortese invito: "Cari amici... e cari collaboratori... poiché la nostra fabbrica è costretta a chiudere i battenti... e poiché il vostro movimento sindacale non ha avuto successo… nell'interesse generale... siete pregati di accomodarvi in sala disintegrazione. Grazie." Così, con una carica tagliente che assale il lettore quasi con ferocia, ammoniva dalle pagine della rivista francese Métal Hurlant, nel lontano 1976, proiettando le sue cupe visioni del futuro, Chantal Montellier. E continua ad ammonire oggi grazie allo splendido volume SF - Social Fiction pubblicato in Italia, nel giugno di quest'anno, dalla Coconino Press, che raccoglie accanto alle tavole lapidarie e ai racconti brevi del volume 1996, altre due storie di poco successive che ne condividono spirito e tematiche: Shelter e Wonder City
E tuttavia SF - Social Fiction, agli occhi di chi oggi si avvicina a questa raccolta antologica, restituisce ben più del sapore di suggestioni immediatamente riconducibili ad uno specifico clima politico, sociale e culturale. I fantasmi, che la Montellier tentava di esorcizzare nei suoi lavori, si sono insinuati nel nostro presente e silenziosamente hanno preso corpo tra l'indifferenza dei più. Per alcune tematiche, filtrate dalla sensibilità dell'autrice ed evidenziate dalla sua lente d'ingrandimento - secondo le modalità tipiche della letteratura distopica -, la distanza temporale appare annullata e paradossalmente esse si rivelano quasi più vicine a noi che ai lettori degli anni 80. Una vicinanza, ovviamente, differente, per quanto in modo sottile, rispetto a quanto prospettato dalla Montellier e nondimeno concreta. Che richiede, impone, più che mai ora, un'attenzione vigile e responsabile.
E che dire del controllo pervasivo del singolo? Il sottile disagio con il quale si accoglie il richiamo dell'operatore a che il cittadino cx 1341 - nell'omonimo breve racconto - torni nel campo visivo della telecamera che lo segue ininterrottamente, ci precipita nel clima claustrofobico del noto 1984 di Orwell… ma ci riporta pure, con fastidio, a quel fragile compromesso che abbiamo contrattato con la nostra libertà, a difesa del singolo e della collettività. Cui corrispondono telecamere dappertutto, dentro e fuori casa, negli angoli e nei luoghi delle città… In un continuo ridefinire il concetto di privacy e "ripesarlo" alla luce di nuove e superiori, nel senso di sentite con maggior urgenza, esigenze tra le quali appunto la sicurezza. Aspetti su cui di rado ci si sofferma, forse perché oramai parte di una quotidianità alla quale si sono saldati con discrezione, quasi a nostra insaputa… I cui effetti perversi, mette in guardia la Montellier, potranno prodursi (si sono già prodotti?) proprio grazie alla non consapevolezza dei più. Ed è di certo la cecità sociale la degenerazione più temuta contro la quale l'autrice francese si scaglia con maggior vigore, denunciandola con forza nelle sue conseguenze estreme. Forse il più importante dei fili che idealmente uniscono le storie della raccolta. E che assume il volto, in Wonder City, della folla inferocita che non vuole "vedere" il suo essere diventata schiava di una macchina cui ha delegato ben più del suo benessere fisico e psichico; in Shelter quello della protagonista Theresa cui la Montellier affida la dolorosa consapevolezza dell'involuzione autoritaria della nuova comunità: "Non vedono il pericolo in tutto questo... gli dicono che sono felici e loro credono a tutto quello che gli viene detto..." Uomini e donne colpevolmente ignari e in fondo appagati nel loro non- vedere, non-sapere. Quasi una sorta d'implicito rimando alle masse di dostoesvskiana memoria nella leggenda del Grande Inquisitore (ne I fratelli Karamazov) intuitivamente consapevoli, questo sì, che "[…] libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi [ndr. gli uomini] sapranno ripartirlo fra loro". Individui che, quindi, si rifugiano in una condizione di minorità consegnandosi nelle mani di un'autorità superiore che tutto vede, provvede e ovviamente impone, unica garante della loro felicità. Che non può che essere collettiva, cui quella del singolo deve necessariamente cedere il passo… magari annullandosi nella Totalità.
È la vittoria dell'autoritarismo, la fine dell'individuo, la morte della creatività, l'omologazione... E con feroce sarcasmo la Montellier chiude tristemente 1996 - e così si chiude pure SF - Social Fiction, - con la lobotomizzazione, coatta e no, di massa al fine di garantire a tutti "un posto nella società". Nessuna concessione al lettore di ieri e di oggi, nessun compromesso. L'approccio è diretto, duro, a volte brutale. Anche da un punto di vista grafico: un tratto, quello dell'autrice, poco piacente a prima vista - ma quanto mai funzionale ai contesti richiamati e/o creati - e immagini accuratamente costruite con l'evidente intento di amplificare le sensazioni di disagio, inquietudine, disorientamento, di chi osserva. Immagini a tratti troppo piene e cariche di elementi simbolici in Wonder City, che rivelano una città sporca, tappezzata da cartelloni pubblicitari e di slogan che la celebrano e che inneggiano all'onnipresente dottor Nimbus. Zeppa di volantini dai misteriosi codici e di segnali direzionali per uomini indifferenti e insieme smarriti. Piena di promesse e, in fondo, vuota, arida, fredda... sterile? Immagini come diapositive, che con ritmo sincopato in 1996 proiettano figure contratte nelle misere vesti e con gli occhi spalancati sul nulla. Immagini che in Shelter celebrano la morte dell'Individualità (e implicitamente della creatività) in lager nazisti dove la donna è costretta, nuovamente e con forza, nel ruolo di oggetto di piacere in un mondo dominato dal potere maschile…
Immagini forti, intenzionalmente forti: non rientrava sicuramente tra gli obiettivi dell'autrice francese rassicurare. E non può che stupire, dunque, la decisione della Montellier di intervenire, in questa edizione italiana (e riedizione francese per la Vertige Graphic), sulla protagonista di Wonder City - Angela Parker - rinunciando all'effetto spersonalizzante ma anche fortemente eversivo, di una testa femminile completamente rasata, disegnandole i capelli. E che ci pare tolga qualcosa al personaggio senza nulla aggiungere. E così pure per quanto riguarda - sempre su Wonder City - l'uso di una bicromia rosa al posto dell'originale varietà cromatica.
Al di là di queste piccolissime notazioni di cui si è voluto render conto, SF - Social Fiction si rivela una lettura affascinante: i lavori in essa contenuti, nati circa 25 anni fa, hanno mantenuto nel tempo inalterata tutta la loro carica provocatoria e il valore di monito. Una raccolta che merita appieno il suo stare accanto ai grandi titoli della letteratura distopica. E che - mi è stato, giustamente, fatto notare - come quelli non passa. Resta. Chiaramente per chi sa e vuole ascoltare.
SF - Social Fiction di Chantal Montelier (testi e disegni)
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