Hervé Barulea non sarà mai un autore veramente "popolare" - quanto meno in Italia, nonostante sia di origine italiana; é tuttavia
un autore autenticamente popolare nella sensibilità e la sua arte mostra un profondo rispetto e un affetto sincero per chi deve
conquistare ogni giorno con la propria fatica il pane quotidiano. Lo fa con disincanto, ma con intatta capacità di sognare; non a
caso per narrare la vicenda della cittadina-simbolo di Sainte-Claire, epitome di tutte e qualunque comunità di operai immigrati
in terra di Francia da ogni dove (ed entro certi limiti la costruzione dell'archetipo può valere per qualsiasi comunità mista di
immigrati ovunque nel mondo), egli sceglie l'angolo visuale privilegiato dei giochi e della vita dei bambini.

Battaglia sul confine dei territori disegni di Baru (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Non troppo piccoli da non avere già sviluppato il senso dell'epica, dell'onore, dell'avventura, i primi turbamenti al cospetto
dell'altro sesso; non troppo grandi da averli già perduti.
"Gli anni Sputnik" è questa storia, recentemente completata in Italia per Kappa Edizioni, dopo oltre due anni dall'uscita
del primo, con la pubblicazione del quarto e conclusivo volume: "Combornuti tutti cornuti!".
"Gli anni Sputnik" è un romanzo, o forse piuttosto una fotografia, un'istantanea dettagliata di un'epoca, di un'età della
vita, di una comunità-tipo, di un ricordo autobiografico trasfigurato e sfumato dalla memoria ma perfettamente nitido come solo i
ricordi d'infanzia lo sono. Italiani, algerini, polacchi, ucraini, tedeschi e altri sono i protagonisti di questa chanson des
gestes laica e realistica; protagonisti in lotta tra loro per le loro diversità, in conflitto tra loro nel loro difficoltoso
integrarsi, protagonisti che scoprono con interesse e diffidenza le peculiarità di ciascun gruppo. Protagonisti che magari
faticosamente costruiscono una nuova identità comune e una nuova solidarietà comune, come si vedrà nel volume conclusivo della serie.

cover del primo volume (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Nel titolo della serie è già riassunto molto della storia: il suo sfondo, che assume i contorni di un passato mitico che però
ci appartiene e ricordiamo (noi, non proprio di primo pelo), e che un giorno, improvvisamente e senza che neppure ce ne accorgessimo,
abbiamo visto scomparire, ritrovandoci circondati da una realtà infantile estranea ed altra, alla quale cerchiamo, forse inutilmente,
di abituarci, e che sicuramente fatichiamo a comprendere davvero. Sono anni eroici a fare da cornice, anni di esaltazione dell'ingegno
umano, come ricorda quello Sputnik nel titolo, anni di contrapposizioni energiche, come rammenta sempre quel nome.
Un mondo, un universo mentale è scomparso da "Gli anni Sputnik" - gli anni dello Sputnik -, da quel 1957 in cui si apre la
vicenda del decenne Igor, nel quale si rispecchia l'autore nato a sua volta nel 1947, e dei suoi compagni di gioco:
Robert, Alain, René, Jeannot; soprattutto Leila, la ragazzina venuta dall'Algeria che suscita
il primo, confuso e indistinto sentimento d'amore nel piccolo italiano di Francia Igor.

cover del terzo volume (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Pure, questa perdita celebrata da Baru con infinito amore per i riti, i volti, le anime ed i sapori di un tempo svanito non conduce
a uno sterile lamento per il tempo che fu. I rituali dei giochi, le battaglie stilizzate (ma a volte realmente cruente) e le leggi
non scritte quasi tribali che regolano la complessa dinamica sociale dei ragazzi di Sainte-Claire sono materia viva nella quale è
possibile rintracciare, nonostante la modernità iperaccelerata che viviamo, il battito profondo di meccanismi tribali, psicologici
e sociali, che resistono in profondità dentro di noi in barba a qualche secolo di urbanizzazione e qualche decennio di progresso
scientifico (sempre a rischio) che hanno appena scalfito gli automatismi che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità dopo
averli sperimentati e consolidati in decine, forse centinaia di migliaia di anni.

Quelli di Sopra e Quelli di Sotto: gli eserciti schierati disegni di Baru (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Ma non solo, nel finale del quarto volume e dell'intera storia narrata, Baru ci mostra Igor che guarda in avanti lungo la strada
che da Sainte-Claire - divenuta un deserto industriale dopo la chiusura della fabbrica attorno alla quale era sorta e cresciuta
la comunità degli immigrati - porta verso altri luoghi, verso quel futuro di cui non ci racconta, ma di cui ci suggerisce le
suggestioni, le speranze, le amicizie (gli amori?) nuove e quelle forse ritrovate. Gli anni Sputnik si chiude aprendosi
verso un futuro tutto da costruire, senza il minimo ripiegamento su quel passato sul quale ci ha aperto una finestra tanto vivida.
"Combornuti tutti cornuti!" è una chiusura non solo lineare e cronologica, ma anche riassuntiva e rafforzativa dei temi
affrontati e degli eventi narrati. Benché sia percepibile una certa perdita di freschezza della sceneggiatura, in particolar modo
rispetto ai due primi e brillantissimi volumi della serie, l'ultimo atto riserva una conclusione forte: un'età - molte età, umane
e sociali - si chiude e se ne apre un'altra, nel continuo ripetersi del ciclo di nascita, crescita, morte.

L'erba di primavera non brucia ancora: la sfida per il comando è rimandata disegni di Baru (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Dalle dinamiche delle bande dei ragazzi di Sainte-Claire (Quelli di sopra e Quelli di sotto) ed interne a questi stessi
gruppi (la rivalità per il comando tra Igor e Jeannot), Baru allarga l'orizzonte visuale oltre i confini del paese, dando respiro
"internazionale" alla sua analisi di quella palestra di vita che erano i giochi comunitari dei più giovani.
Grazie alla loro superiorità "tecnologica" (fuciletti a piumini contro archi e frecce artigianali), i ragazzi di Comborne,
figli di minatori, più ricchi di Igor e dei suoi amici, figli degli operai della fabbrica di Sainte-Claire, hanno conquistato il
Cumulo, un ammasso di detriti minerari nei pressi di una collinetta tra le due cittadine. Ancora una volta una complessa
architettura di bizantinismi e consuetudini "sacre" stratificatesi in generazioni di ragazzi regolano il cerimoniale attraverso
il quale è legittimo tentare di reimpossessarsi di quel privilegiato campo di giochi.
Tra agguati e raffinate strategie di guerra si consuma la rivalità tra le due "nazioni", perfetta rappresentazione dei conflitti
più grandi - ma non più complessi nel formalismo ed elementari nella loro nuda e drammatica essenza - che hanno punteggiato e
punteggiano la nostra storia: per il possesso delle risorse; per l'affermazione della propria identità sociale, nazionale, religiosa
o etnica. Lo schema è rispettato e splendidamente giustificato nelle dinamiche ludiche che Baru espone con semplicità disarmante
quanto incisiva.

cover del secondo volume (c) Casterman / Kappa Edizioni
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Sarà nel pieno dell'azione di riconquista del Cumulo che avrà termine bruscamente l'età d'oro del gioco per i ragazzi di
Sainte-Claire. Affacciandosi sul ciglio della collinetta che dà sulla fabbrica, la banda guidata da René ed Igor si imbatte
improvvisamente nel mondo degli adulti: la fabbrica, occupata dagli operai in sciopero - i loro padri e fratelli maggiori -
sta per essere attaccata dalla polizia schierata in forze per sedare la protesta (e di nuovo, eco del passato rimbombano nella
cronaca quotidiana dei nostri giorni). L'intervento dei ragazzi a fianco degli adulti si rivelerà risolutivo per respingere la
polizia, e anche se la "vittoria" non potrà impedire la chiusura della fabbrica e la dissoluzione della comunità di Sainte-Claire,
avrà svolto la sua funzione di traghettamento verso una nuova fase della vita.

Baru
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Il disegno di Baru è morbido e rotondo, plastico e dinamico, ma non privo di asperità, adattissimo a questa storia sul filo di
un passato che cerca costantemente un raccordo con l'attuale attraverso l'elaborazione e lo scavo nella memoria, con la dolcezza
del ricordo e con il rigore dell'analisi filologica. I pastosi colori di Daniel Ledran hanno accompagnato tutta l'opera,
come una presenza fisica che illuminava e rischiarava la scena o la rendeva livida e drammatica a seconda delle necessità.
La bellezza dell'elemento grafico rischia di essere messa in secondo piano da una storia invadente per la sua straordinaria capacità
di sedurre la nostra memoria e il nostro senso del mito, e sarebbe un errore oltre che un peccato, perché di quella storia il disegno
è elemento fondante: semplicemente non è possibile immaginare Gli anni Sputnik senza gli occhi affamati di vita e arguti di
Igor, il sorriso un po' esotico e misterioso di Leila o gli scenari di "guerra" dove bande di ragazzini inscenano i loro combattimenti
- fortunatamente ancora - al primo sangue.
Il disegno di Baru e i colori di Ledran sono il definitivo sigillo e la maschera di stupita poesia indossata da una vicenda di
programmatico minimalismo capace di allargare i suoi confini fino a farsi piccola, eppure completa disamina della voce enciclopedica
Genus: Homo.
  
Gli anni Sputnik voll. 1-4 testi e disegni di Baru, colori di Daniel Ledran
(Kappa Edizioni), vol.1 "Il rigore": 46 pagine, euro 13,50; vol.2 "Sono io il capo!" 45 pagine, euro 13,50;
vol.3 "Bip Bip!" 54 pagine, euro 13,50; vol.4 "Combornuti tutti cornuti!" 45 pagine, euro 13,50
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