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Ha rivitalizzato il western quando sembrava morto e sepolto. Ha creato diverse "saghe" che resteranno nella memoria di tutti i suoi lettori. E' stato capace di fondere realtà storica e fantasia come pochi altri. Ha introdotto tematiche inedite nel filone western, scoprendone nuove potenzialità. E ti va a cadere proprio su una banalissima avventura senza pretese?
Com'è dura l'avventura |
Dolcetto o scherzetto? Stavolta lo scherzetto ce l'ha giocato Manfredi, e nemmeno dolce, perché dopo averci viziati per anni e anni con una qualità media elevatissima ci presenta una storia non tanto fuori continuity, che sarebbe il meno, quanto fuori stile, fuori logica, fuori caratterizzazione dei personaggi; in due parole, fuori squadra. "Halloween", dal nome del pistolero co-protagonista il cui viso è deturpato da un'enorme cicatrice che lo costinge a un beffardo sorriso perenne, è un coacervo di spunti interessanti mescolati con mano insicura, tanto da far quasi pensare a un apocrifo cui sia stato apposto il sigillo del titolare della serie. Spunti interessanti, dicevamo, e ne siamo convinti. E' sicuramente simpatica l'idea del giudice-taglieggiatore, il volto vistosamente solcato da una gigantesca voglia, che esorcizza la propria menomazione servendosi di "esattori" altrettanto repellenti. Molto efficace è, poi, l'immediato ribaltamento di climax allorché tre degli esattori, la cui sola presenza è capace di incutere timore a un'intera città, vengono rapidamente falciati da un giovane e misterioso pistolero sfregiato che, si scoprirà, ha un vecchio conto da regolare con il giudice. Ci è piaciuta, in particolare, la trovata della banda di "mostri" che dovrebbero commettere chissà quali nefandezze e che, invece, sono capaci solo di farsi sterminare.
Ma non bastano qualche buona idea e un pugno di pagine ben scritte per fare un albo riuscito, cosa che ci ha fatto addirittura dubitare che l'autore del soggetto iniziale e lo sceneggiatore siano la stessa persona. Perché? Perché il personaggio di Halloween è sviluppato in modo elementare e incoerente. Perché il giudice si comporta in modo irrazionale e nemmeno s'avvicina a quella profondità che ci si sarebbe aspettati da un simile personaggio. Perché la relazione sentimentale tra il brutto pistolero e la bella cieca puzza di un buonismo che finora era rimasto estraneo alle sceneggiature di Manfredi. Perché Ned e Poe non si capisce che cosa facciano lì e, soprattutto, perché Ned rimedia una gratuita figura da frescone solo per offrire ad Halloween un'eroica redenzione, sistemando lui l'indegno rappresentante della giustizia. Perché Poe, al contrario di Ned, sta subendo una metamorfosi da giornalista intellettuale a emulo di Wild Bill Hickock. Perché gli sgherri del giudice, con l'eccezione di Mummy, sembrano macchiette da operetta. Infine, perché l'intera vicenda lascia la sensazione di tanti episodi slegati, privi di una concatenazione logica e funzionali unicamente al raggiungimento dell'inevitabile (e scontato) scontro finale.
Il momento migliore, quello che secondo noi avrebbe dovuto costituire l'asse portante e la morale della storia, è solo abbozzato e muore sul nascere. Ci riferiamo alla corruzione interiore, alla mostruosità fisica che pian piano penetra nell'animo e che il giovane Halloween avrebbe dovuto subire a causa, prima, delle sofferenze fisiche e morali e, poi, della sua trasformazione in pistolero e assassino. E' un acuto isolato quello offertoci dal monologo del giudice, in preda alla paura e ai fumi dell'alcol, di fronte alla fotografia di Halloween a pag.51. Ma la cosa finisce lì, perché Halloween conserva il suo candore, viene "redento" in modo quasi comico grazie a... una banca vuota e ci tocca pure sorbirci la chiusa più insopportabilmente mielosa degli 87 albi finora pubblicati.
Lo stile di Barbati è in costante evoluzione ed è parecchio cambiato dall'esordio in solitaria, ossia non più in coppia con Bruno Ramella (n.49, "Il regolatore"). Il segno si è spezzato, il tratto è più sporco e le inquadrature sono notevolmente variate, con ampio uso di "grandangolare" e riprese da sotto o dall'alto. Tuttavia evoluzione non significa necessariamente miglioramento e non abbiamo difficoltà ad affermare che preferiamo lo stile pulito e preciso del n.49. La sintesi è una strada che molti disegnatori intraprendono, talvolta con risultati eccelsi (Milazzo insegna), ma alla perdita di dettaglio e di pulizia non è corrisposto un aumento di espressività o di capacità narrativa, mentre ci sembra che la dinamicità ne abbia visibilmente guadagnato.
Apprezziamo un artista che non si fossilizza in strade sicure e collaudate, rischiando invece nella ricerca di sempre nuove forme espressive ma, nella fattispecie, in una storia dove la caratterizzazione fisica delle varie deformità gioca un ruolo importantissimo, abbiamo trovato inadeguata la rappresentazione approssimativa di certi volti e certe espressioni. Il Barbati di tre anni fa sarebbe stato, almeno in quest'occasione, più adatto. Manfredi sta dimostrando, mese dopo mese, di essere sempre più a suo agio nello sviluppare il suo feuilleton storico con una profondità e un'accuratezza rare in un fumetto seriale. La capacità di rendere avvincenti anche interludi di approfondimento nei quali succede, in fin dei conti, poco o niente, testimoniano la maestria raggiunta. E anche quando si tratta di episodi, per così dire, riempitivi, ma con un soggetto che presenta tratti di originalità (magia, occulto, orrore, commedia, mitologia indiana) le cose vanno bene. Stranamente è con la pura avventura di questo albo che ha compiuto un passo falso. Con i banali ma collaudatissimi ingredienti di qualsiasi storia western, ossia vendetta, amore, sangue e polvere da sparo, stavolta questo bravissimo sceneggiatore s'è trovato in difficoltà.
Per maggiori note ed informazioni, vedere anche la scheda della storia
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