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Incubi di scienziato recensione di Vincenzo Oliva
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Lo straordinario lavoro di De Angelis � applicato ad una storia che non lascia
nulla al lettore e nulla fa per esaltare il lavoro dell'artista e fornire
spessore narrativo all'albo. I disegni di De Angelis, tuttavia, per lunghi
tratti conservano intatta l'atmosfera del racconto. E questo non � poco per una storia
che di atmosfera avrebbe dovuto nutrirsi pi� di quanto il suo sceneggiatore
non abbia voluto o saputo fare.
I rarefatti scenari di Titano si fondono splendidamente con la freddezza dei meccanismi tecnologici, i volti sofferti dei personaggi fanno da contrappunto ad incubi duri e gelidi, partoriti da atmosfere di disperazione.
Tutto sempre con un�attenta scelta di inquadrature e scansione narrativa delle tavole e delle vignette, creando, fino all'estrema banalizzazione narrativa operata da Vigna nel finale, una sensazione di sospensione temporale e della ragione. Una cornice ricca di dettagli e capace di risvegliare echi emotivi nel lettore. Echi fantasma, purtroppo, perch� la materia racchiusa all'interno della cornice � evanescente, o meglio: svanisce progressivamente. Che Bepi Vigna non sia pi� interessato a scrivere Nathan Never � ormai evidente da molto tempo
La storia, a livello di sceneggiatura, parte sicuramente bene: le pagine scorrono facendo avvertire - vivere - i tempi dilatati dello spazio e la latente sensazione claustrofobica del viaggio in astronave. Lentamente, nella narrazione si insinua poi il soggetto portante, variamente ispirato dal Solaris di Stanislaw Lem e dalla pellicola del 1956 Il Pianeta Proibito, di Fred MacLeod Wilcox, mentre nella mailing list ayaaaak (qui il sito), dedicata al fumetto bonelliano, si � parlato di una somiglianza tra la trama dell�albo e quella del film del 1997 Punto di non ritorno, di Paul Anderson; non conoscendo tale film mi � impossibile giudicare. E� comunque il punto di svolta, la storia pare poter montare, virare sull'orrore metafisico sfruttando un tema difficile ma potente, in grado di solleticare corde profonde dell'animo umano, instillarvi dubbi ed angoscia, rappresentando la crisi spirituale dei protagonisti.
Putroppo resta tutto allo stadio embrionale, i vari personaggi non riescono a prendere forma compiuta - Nathan compreso -, i loro incubi hanno un ch� di accademico nel modo in cui Vigna ce li racconta, senza participarvi attivamente. Il dolore provocato in loro dalla materializzazione dei rimorsi appare formale, puro elemento di scrittura incapace di tradursi in narrazione, e conseguentemente in emozione di lettura. Fino alla banalizzazione finale, con il rientro definitivo della tematica nei rassicuranti porti della spiegazione razionale e meccanicistica: l'orrore dell'anima, che Lem evocava, Vigna lo spegne.
Vedi anche la scheda della storia.
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