Il romanticismo di Roy Bean
Tex e Carson ritrovano una vecchia conoscenza
Recensione di M.Rima | | tex/
Il romanticismo di Roy Bean
Scheda IT-TX-635-636
- Segreto del giudice Bean, Il
valutazione (3,4,6) 62%
Chi era davvero il giudice Roy Bean?
Un furbo cialtrone, un eroico difensore della legge, un romantico sognatore, un ubriacone con manie di grandezza? Non importa poi molto: quando si racconta il vecchio West la realtà storica non può avere la meglio sulla leggenda - ce l'ha insegnato
È un Roy Bean eroico quello interpretato da Walter Brennan nell'ottimo
Tra tutte queste versioni, senz'altro differenti l'una dall'altra ma pur sempre concordi nel mostrare Roy Bean come un personaggio fondamentalmente - se non completamente - positivo, si inserisce con vigore quella di Gianluigi Bonelli, che nel 1970 decide di far assumere al Giudice il ruolo di comprimario all'interno di un'avventura di
Il Roy Bean di Gianluigi Bonelli è un giudice da burletta
Il Roy Bean di Gianluigi Bonelli è un giudice da burletta, che amministra la giustizia da ubriaco e con l'unico supporto dello Statuto del Texas; un uomo che, a dispetto del proprio ruolo, si dimostra tutt'altro che rispettoso della legge, liberando un assassino sotto le sornione ma insistite minacce dei suoi compari e, di contro, pronunciando subito dopo un'affrettata sentenza di colpevolezza ai danni di un attonito Carson, salvo poi rimangiarsi la decisione dopo essersi reso conto che la tarda ora avrebbe impedito ai cittadini di godere appieno dello spettacolo dell'impiccagione, e che comunque il Ranger non era nemmeno stato processato! Non solo: Bean è sul libro paga di
Quel romanticone di Roy Bean
Tex 636, pag.38 - Disegni di Pasquale Frisenda
(c) 2013 Sergio Bonelli Editore
Boselli's version
E veniamo a noi, ovvero alla storia in due albi nella quale Mauro Boselli ha recuperato la figura del giudice Roy Bean e ne ha fatto il co-protagonista, affiancandolo a Tex e Carson e riservandogli oltretutto l'onore del titolo. Immagino che, una volta presa la decisione di rimettere in scena Bean, Boselli si sia interrogato su quale caratterizzazione fosse preferibile adottare: da un lato c'era il vincolante precedente bonelliano, con un Giudice corruttibile e furfantesco, ma dall'altro c'era la versione "mitologica", ormai ben radicata nell'immaginario western, che vuole un Bean magari un po' canagliesco ma indiscutibilmente schierato dalla parte dei buoni. E quindi, un possibile alleato di Tex e Carson. Forse perché solleticato dall'idea di affiancare il bizzarro Giudice ai due satanassi, Boselli si è lasciato affascinare dalla seconda possibilità e si è reso consapevolmente colpevole di un (giustificabile) tradimento, ricreando un giudice Bean che, piuttosto che quello di Bonelli padre, ricorda quello di D'Antonio: cialtrone ma a conti fatti onesto, con un personale senso di giustizia che lo porta a esercitare il ruolo di giudice con sincera convinzione e, in sovrappiù, con indubbia magnanimità (come il vero Bean, anche questo alter-ego fumettistico ha condannato a impiccagione solo due uomini, uno dei quali non è neppure morto); in aggiunta, il buon Giudice si dimostra totalmente devoto al "giglio del Jersey", ovvero a quella Lily Langtry che egli decanta con queste parole: «È la mia ispirazione, il mio ideale, l'angelo che guida il mio cammino sull'arduo sentiero della giustizia!...» (cfr. n. 635, p. 49). Ben diverso dall'alcolico furfante bonelliano, il Roy Bean di Boselli è un puro di cuore che l'ammirazione per la bella attrice inglese rende ingenuo come un adolescente innamorato. Un personaggio che è degno di sedere a fianco di Tex e Carson e di bere con loro, ricordando i vecchi tempi andati e il loro turbolento primo incontro: in fin dei conti, come dice il Giudice ai due pard, «Tutti possiamo sbagliare»! (n. 635, p. 43)
purtroppo, non è altrettanto semplice lasciarsi appassionare da una vicenda che, seppure costruita con sapienza ed equilibrio, si rivela parecchio esile e altrettanto prevedibile
Superato lo straniamento iniziale, abituarsi al "nuovo" Bean non è difficile; purtroppo, non è altrettanto semplice lasciarsi appassionare da una vicenda che, seppure costruita con sapienza ed equilibrio, si rivela parecchio esile e altrettanto prevedibile, priva di momenti emozionanti e di personaggi che rimangano a lungo nella memoria. Eppure la trama è piuttosto articolata; analizzandone la struttura, la si può facilmente dividere in tre ampie macrosequenze: la prima inizia con l'inseguimento che porta Tex e Carson a Langtry, sulle tracce di
Nemmeno la presenza del pittoresco Roy Bean è sufficiente per elevare quest'avventura texiana al di sopra di quella che potrei chiamare "soglia di dimenticabilità". Il Giudice è indubbiamente un personaggio unico all'interno dell'epopea del West, e a renderlo tale sono due peculiarità: da un lato il suo personalissimo stile nell'amministrare la legge, dall'altro l'insolita passione per l'attrice Lily Langtry. Concentrandosi unicamente sulla seconda e relegando la prima a qualche accenno sparso qua e là per gli albi, Boselli ci restituisce un'immagine di Bean piuttosto sbilanciata: e per quanto non sia corretto valutare una storia per quel che si vorrebbe fosse invece che per quel che effettivamente è, ammetto che mi sarebbe piaciuto non poco vedere il Giudice alle prese con un altro processo, sulla falsariga di quello già visto nel numero 117 della collana. Certo, è possibile che Boselli abbia preferito concentrarsi sull'ammirazione di Bean per Lily Langtry proprio perché, nella sua unica apparizione precedente, Bonelli ci aveva già mostrato il Giudice all'opera come uomo di legge; però, dopo quarantatrè anni, un'eventuale ripetizione sarebbe stata più che perdonabile.
Calcando la mano sul romanticismo della personalità del Giudice, Boselli (...) ha ottenuto anche il risultato di farlo apparire così ingenuo da sfiorare l'incoscienza
Calcando la mano sul romanticismo della personalità del Giudice, Boselli è riuscito a rappresentare in maniera efficace la definitiva conversione di Bean in eroe positivo, ma d'altro canto ha ottenuto anche il risultato di farlo apparire così ingenuo da sfiorare l'incoscienza. Sarà pur vero che l'amore rende ciechi (e anche un po' fessi), ma fino a che punto è credibile che un anziano e scafato uomo del West come il Giudice sia tanto sprovveduto da cadere nell'evidente trappola orchestrata dalla scalcagnata banda di Joshua, Moon e Morientes? Eppure Tex e Carson l'avevano messo in guardia, avvertendolo che c'era la possibilità che si trattasse quantomeno di una burla; ma lui, accecato dalla devozione per la sua Lily, si era quasi offeso e non aveva dato retta ai saggi consigli dei due pard (cfr. n. 635, p. 108). E dire che quella lettera «puzzava di falso lontano un miglio!» (n. 636, p. 36). Insomma, è un Roy Bean che, liberatosi della lugubre immagine di hanging judge, fa addirittura tenerezza. L'impressione - netta - è che in quest'occasione il personaggio sia stato utilizzato ben al di sotto delle proprie potenzialità.
E Tex e Carson? Come anticipato poco fa, sono perfettamente in parte e si muovono bene all'interno della trama imbastita da Boselli, ostentando sicurezza e prontezza di riflessi. Occorre però constatare come nella personalità del Tex boselliano stia via via affiorando una vena di pragmatico cinismo: caratteristica che già era emersa nella precedente avventura (la pur ottima Tombstone Epitaph) e che trova conferma nell'episodio a cavallo tra i due albi di questa storia. A farne le spese è l'informatore
Rimane infine da segnalare una raffinatezza di sceneggiatura che dona un piacevole sussulto a una conclusione altrimenti già scritta. Dopo che Bean, ferito in maniera apparentemente grave dalla pistola di Lonnie Moon, giace dolorante a terra, un riuscito stacco ci conduce al suo funerale, al quale partecipa anche - sorpresa! - la diva Lily Langtry, che rivela finalmente la sua bellezza in un intenso primo piano e si dice toccata dall'ammirazione che il Giudice nutriva per lei. Il tutto accompaganto da un lusinghiero commento in memoriam di Tex, che si riferisce al defunto come a uno dei più grandi eroi del West (cfr. n. 636, p. 110). Ma basta voltare pagina per rendersi conto che si tratta di una scena onirica, o meglio, di una fantasticheria di Bean, che in realtà è stato ferito solamente al braccio e che quindi non è mai stato in pericolo di vita. Un riuscito passaggio che, ricorrendo a un espediente narrativo non frequente sulle pagine di Tex (e quindi inaspettato), impreziosisce il finale d'albo.
Pasquale Frisenda, da Patagonia a (Mr.) Bean
Questa storia vede il ritorno ai pennelli di Pasquale Frisenda a oltre quattro anni di distanza da Patagonia, sua prima prova texiana. Non siamo agli eccelsi livelli grafici di quel Texone (in cui Frisenda, consapevole che le sue tavole sarebbero state pubblicate in grande formato, disegnò di conseguenza, sfruttando al meglio la maggiore ariosità di cui avrebbero goduto le sue dettagliatissime vignette), ma ciò non vuol dire che il disegnatore milanese non abbia svolto anche stavolta un lavoro egregio. Esemplare nell'uso dei chiaroscuri, attentissimo alla recitazione dei personaggi e al dinamismo delle scene d'azione, puntiglioso nella ricostruzione d'epoca, abbondante di particolari: l'operato di Frisenda è di primo livello e fa rimpiangere che tra i suoi numerosi talenti non vi sia quello di una maggiore velocità. Sarebbero molte le tavole da segnalare come meritorie; mi limito a indicarne due che, seppure ordinarie per quel che rappresentano, spiccano per come lo rappresentano, riuscendo a essere sorprendentemente suggestive e dinamiche: mi riferisco a pagina 21 del primo albo, in cui Tex a Carson emergono dalla foschia notturna simili ad angeli vendicatori, e a pagina 69 del medesimo albo, nel quale una carica a cavallo viene resa con esplosiva energia grafica. Sono scene che tra le pagine di Tex abbiamo visto molte volte, eppure è raro che esse siano così cariche di potenza visiva, così d'impatto.
Particolarmente dotato nel caratterizzare i personaggi negativi, viscidi e untuosi nell'aspetto oltre che nel comportamento, Frisenda si sbizzarrisce grazie alla nutrita galleria di cattivi messi in scena da Boselli, risultando efficace soprattutto nel tratteggiare un José Gabàn sgradevole e patetico al tempo stesso. Visivamente convincente anche il suo giudice Bean, che si rifà essenzialmente al personaggio storico ma pare influenzato anche dall'Edgar Buchanan che di Bean è stato interprete televisivo negli anni Cinquanta. Ne esce un Giudice che non si discosta molto da quello di Guglielmo Letteri (del resto ispirato anch'esso al Bean storico), se non per la corporatura leggermente più tarchiata. Ottimi Tex e Carson, di ispirazione villiana ma ben più che pedisseque copie del modello. Da notare come la camicia di Carson sia dotata di frange non solo davanti e dietro, ma anche ai lati delle maniche: un espediente grafico probabilmente volto ad accentuare la sensazione di movimento nelle scene più dinamiche.
Ironico che la seconda storia che Frisenda si è trovato a illustrare sia in un certo senso speculare alla prima
Ironico che la seconda storia che Frisenda si è trovato a illustrare sia in un certo senso speculare alla prima: laddove Patagonia era ricca di pathos e di momenti di straordinaria epicità, Il segreto del giudice Bean pecca proprio per l'assenza di pathos e per la prevedibilità del suo svolgimento; da una parte c'è una storia che vive, dall'altra una narrazione che, per quanto ben condotta (seppure partendo da un soggetto tutt'altro che irresistibile), non riesce a toccare le corde dell'emozione. Ispirazione contro puro mestiere, verrebbe da dire.
Buone - pur senza essere eccezionali - le copertine di Villa; la migliore, per inquadratura e composizione, è la seconda, per quanto sia penalizzata dall'eccessivo carico di nero utilizzato per l'inchiostrazione.
Vedere anche...
Scheda IT-TX-635-636
- Segreto del giudice Bean, Il
valutazione (3,4,6) 62%


