Operazione nostalgia
Waco, Dark Valley, Il Trono degli Spiriti e un bel po' di serpenti
Recensione di T.Sega | | tex/
Scheda IT-TX-AL11
- Città del male, La
valutazione (5,5,4) 66%
Per caso o felice intuizione redazionale, il 2011 di Tex si apre con una doppietta di storie monoalbo dal carattere molto simile. Due racconti dai sapori molto classici e genuini. Ma se con Faccia di cuoio si giocava di fino con le atmosfere e intrecci da feuilleton, ne La città del male si cavalca a spron battuto nel più tipico western. È probabilmente l'episodio più classico, lineare e bonelliano mai scritto da Mauro Boselli. Ci si può divertire a leggerlo con lo stesso spirito con cui si leggono le storie degli anni 50 e 60, magari disegnate dai "minori" Francesco Gamba o Virgilio Muzzi. C'è persino il tentativo di recuperare alcuni elementi di sana ingenuità di quegli anni: una netta separazione tra buoni e cattivi, caratterizzati come tali fin dallaspetto fisico, attentati gustosamente improbabili con serpenti, trucchi con manichini tipici dei ruspanti fumetti dantan e una toponomastica dai nomi evocativi e schiettamente simbolici, come Dark Valley, la valle dove si nascondo i fuorilegge, o il bellissimo Trono degli Spiriti, il picco cimiteriale dove si accampano Tex e i suoi.
Machero!
Almanacco del West 2011, pag.109 - disegni di Giacomo Danubio
(c) 2011 Sergio Bonelli Editore
La storia è una variante delle storie di inseguimento nella riserva, con i Nostri però stavolta nei panni degli inseguiti. Anche se non per molto, ovviamente. Ad una lunga parte che mette in scena la partita tattica giocata tra le due parti, segue una parte finale tutta azione, con abbondanti spruzzate di piombo e gran finale con Tex e i pards nei panni dei giustizieri. Più che i fratelli
Una storia con caratteristiche tanto elementari rischia allo stesso tempo di venire sopravvalutata e sottovalutata
Una storia con caratteristiche tanto elementari rischia allo stesso tempo di venire sopravvalutata e sottovalutata. Sopravvalutata da chi in un fumetto come Tex cerca una semplicità di lettura a volte persino un po ingenerosa, sia nei confronti della complessità della serie, sia verso lo stesso Gian Luigi Bonelli, sceneggiatore molto più sofisticato di quanto in genere si dica e lui stesso volesse ammettere. Sottovalutata invece da chi da un autore come Boselli chiede sempre un qualcosa in più rispetto alla tradizione più collaudata.
Il tocco di Boselli è probabilmente ravvisabile nella non banale metafora rappresentata da Waco, la "città del male" del titolo, come viene definita da uno dei personaggi. Waco è la classica boom town, i cui unici abitanti onesti sembrano essere un vecchietto e il fabbro, per il resto abitata apparentemente solo da trafficoni e dai loro sgherri, emblema della corruzione della società dei bianchi, contrapposta a quella più semplice e pulita dei pellerossa (curiosamente un po lo stesso motivo sotterraneo di Faccia di cuoio).
Quattro diavoli all'inferno
Almanacco del West 2011, pag.139 - tavola di Giacomo Danubio
(c) 2011 Sergio Bonelli Editore
Per gran parte del racconto Waco non fa da sfondo allazione, ma come ad esempio la quasi invisibile Chinatown dell'omonimo film di Roman Polanski è il luogo dove il Male è stato covato, il cui funesto influsso si riflette sul resto della storia. Infatti il "potere corruttivo" di Waco è tale da avere persino un influenza iettatoria sul destino di tutti e tre poveri ragazzi navajo che hanno la malaugurata idea di varcarne i confini "maledetti". Questa sorta di non dichiarato maleficio aggiunge al tutto una sfumatura di amaro fatalismo, ma ricorda, ancora, le avventure più antiche della serie, dove spesso i compagni d'avventura occasionali del ranger andavano incontro ad una fine tragica.
Solidamente anonimi i disegni di Giacomo Danubio, esordiente quasi assoluto. Nelle sue vignette si ritrova un po di tutto, da una forte influenza generale di Villa, a una molteplicità di riferimenti, chissà se tutti voluti, ai vari Monti, Piccinelli, Civitelli, Seijas, Venturi e persino al già citato Gamba. Se il risultato manca forse di vera personalità, bisogna dire che Danubio riesce ad evitare scomodi confronti, amalgamando abbastanza bene i vari riferimenti senza ricordare nessuno in particolare. Qui e là qualche legnosità e imprecisione nelle fisionomie, ma il risultato è pulito e leggibile.
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