Il Grande Freddo

Tex da preda diventa cacciatore e abbatte il tiranno dell'isola
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Il Grande Freddo
Tex

Scheda IT-TX-m14

Come un piatto della nouvelle cuisine, questo Maxi si fa ammirare, ma poi ti lascia più affamato di prima.

L'ammirazione s'intende per la cura che ha avuto Tito Faraci nell'impiattare, non certo per i disegni. Spiace ripeterlo, ma il veterano Roberto Diso sta a Tex come i cavoli a merenda: pur essendosi sforzato di variare le espressioni del ranger - solitamente ondeggianti tra il ghigno e il sorrisetto - il risultato è scialbo e insoddisfacente, come pure per gli altri personaggi, le cui movenze risultano spesso statiche e le espressioni posticce.

"Mister No" ai Caraibi
Tex Maxi 14, pag. 240 - Tavola di Roberto Diso

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

"Mister No" ai Caraibi<br>Tex Maxi 14, pag. 240 - Tavola di Roberto Diso<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>

Infastidiscono non poco, queste figurette sulla scena, tanto da renderne indifferente e ininfluente lo scenario, anche se si tratta di un paesaggio esotico e del suo corollario di indigeni, paludi, foreste e animali curiosi; tutti elementi nei quali l'artista romano dovrebbe trovarsi a suo agio, per la lunga frequentazione su Mister No (che - guarda caso - trova anche qui una sua collocazione, stavolta nelle vesti di Jacob Rucker). Nonostante tutto, la scena non si anima, non si vivacizza, non emoziona, sembra quasi dissolversi.

vi sono parecchie lungaggini, pause, precisazioni, spiegazioni e scene che non sapremmo come definire se non riempitive
Sul fronte dei testi, la situazione cambia di poco. Tito Faraci è, come sempre, corretto dal punto di vista formale e in questa storia si distingue in modo particolare nel montaggio analogico, nelle analogie visive tra le sequenze in tempo reale e i flash back. I problemi seri riguardano il contenuto di quelle sequenze e di quei flash back: vi sono parecchie lungaggini, pause, precisazioni, spiegazioni e scene che non sapremmo come definire se non riempitive, come, ad esempio, la "democratica" elezione di Tex a guida degli indigeni, Carson in cura presso la famiglia Hernandez e i proclami antirazzisti di Samuel Lee, il pard negro di Tex.

Quanto ai flash back, lungi dal rendere più interessante la vicenda, tendono invece ad appesantirla, soprattutto quelli riguardanti Samuel e il racconto del suo tragico passato e ciò - riteniamo - proprio per l'irritazione che questo personaggio riesce a suscitare. Non contestiamo la decisione dello sceneggiatore di averlo preferito al vecchio Carson al fianco di Tex, ma lo spazio dedicato a questo pard estemporaneo e sotto tono ci pare davvero esagerato!

Alla fine la vicenda risulta noiosa, forse anche perché manca la vera caccia all'uomo (che un po' ci si aspettava, date le premesse): la "belva" che insegue Tex, con tutto il suo carico di odio e di cattiveria (e senza dover essere per forza un uxoricida e un fratricida mancato) e Tex che soffre, che corre, che si nasconde ma poi colpisce e che naturalmente vince, su tutto e contro tutti.

Tex o National Geographic?
Tex Maxi 14, pag. 197 - Tavola di Roberto Diso

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Tex o National Geographic?<br>Tex Maxi 14, pag. 197 - Tavola di Roberto Diso<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>

Invece Tex c'è ma non c'è, nel senso che parla, agisce, comanda, spara, ma non buca la scena, non è carismatico, non scalda il cuore dei lettori.
Eccolo qua, il vero problema; non è tanto la noia, quanto la mancanza di calore, un'assenza avvertita già nelle tre storie precedenti, ma che qui si percepisce ingigantita.

Da un autore che scrive Tex pretendiamo certamente molto di più.

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