La sindrome di Mortimer


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Scheda IT-ZG-521-524

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Sintomi: apatia

Con questa schiacciante "invasione" di parole e spiegazioni, la sindrome di Mortimer conduce infine ad un’inesorabile perdita di pathos nei momenti cruciali. Come esempio porto una sequenza di un’altra storia recente di Zagor, "L’ira di Tonka". Un altro spunto che ai tempi del "medioevo" avremmo solo potuto sognare: Zagor contro Tonka, il capo dei Mohawk, suo fratello di sangue e compagno di tante avventure! Allo scontro si arriva con Zagor che ha perso la memoria e che ritiene l’avversario responsabile della morte dei suoi genitori e addirittura anche di Cico. Al culmine dell’episodio, quando l’innata indole di Zagor gli impedisce di strozzare il capo dei Mohawk, arrivano Cico ed i trappers Doc e Rochas. Ci sta benissimo che, come prima cosa, Doc spieghi a Zagor che la storia dell’omicidio di Cico da parte del Mohawk era falsa, ma non che, a seguire, in quel drammatico momento in cui il nostro è ancora molto confuso, Rochas e Cico si mettano a raccontare le modalità del ritrovamento di Cico. Sono solo un pugno di vignette, ma sufficienti per chiamarci fuori dal mondo di Darkwood, perché il dialogo è fuori luogo in quel contesto. Ed è chiaro che il beneficiario di quelle chiacchiere non è Zagor, ma il lettore. Terminata la spiegazione, Zagor riacquista la memoria e lancia il suo grido di battaglia, lasciandoci scettici per le modalità della scena ed apatici come coinvolgimento.

Degenerazione: pandemia

Basare una narrazione principalmente sulla pura logica, sull’impeccabilità e plausibilità delle azioni, non fa che trasmettere freddezza e noia
La "fame" di spiegazioni finisce con l’autoalimentarsi in un circolo vizioso. Una volta che si è alzata l’asticella della logica sottostante ad una storia, che si diventa partecipi in tempo reale delle riflessioni e deduzioni di Zagor, diventa quasi inevitabile restarne invischiati per tutto il suo svolgimento, al punto che se nella lettura ci si accorge di qualche ingranaggio non oliato ("Ma come! Zagor, tra le tre ipotesi che ha formulato sul perché il cappello di Mortimer sia rimasto sulla strada, non ha pensato che poteva trattarsi di una traccia per attirarlo in trappola!") prima ci si autocompiace e poi magari si finisce con il "bacchettare" l'autore per avere trovato un'incongruenza soggettiva.

Questa è la "degenerazione" finale della sindrome, perché dalle pagine del racconto si diffonde tra gli stessi lettori, che finiscono con l'esigere una perfetta calibratura delle storie. E via dicendo, in una spirale dagli esiti perversi. Ma sono proprio questa ricerca di una chiarezza assoluta ed incontrovertibile tramite l’uso delle parole, questa logica che deve considerare tutte le possibilità senza lasciare fuori alcuna ipotesi o dubbio residuo, che stanno rovinando qualsiasi idea possa esserci alla base di una storia, qualsiasi contenuto o situazione. Basare una narrazione principalmente sulla pura logica, sull’impeccabilità e plausibilità delle azioni, non fa che trasmettere freddezza e noia.

Le ultime parole famose
disegni di Marco Verni, Zagor n.524, pag.63

(c) 2009 Sergio Bonelli Editore

Le ultime parole famose<br>disegni di Marco Verni, Zagor n.524, pag.63<br><i>(c) 2009 Sergio Bonelli Editore</i>

Conclusioni

Di grandi soggetti che avrei voluto leggere ai tempi del "medioevo zagoriano" Burattini ce ne ha dati tanti in questi anni (e ne abbiamo ancora). E’ invece nelle sue sceneggiature che da qualche tempo riscontro un deciso passo indietro, nel caso di "Zagor contro Mortimer" persino rispetto a quelle dei tanto bistrattati anni ’80, le cui storie ripetitive non avevano spunti esaltanti ma che se non altro svolgevano la loro funzione di intrattenimento.

Oggi il mio sogno è che la scrittura di Burattini possa recuperare la smarrita spontaneità della conversazione, la capacità di non piegare ogni fase di una storia all’idea generale di fondo, di lasciarsi andare anche nel raccontare qualcosa di superfluo ma che palpiti di vita, di quella brillantezza e genuinità che rendono coinvolgente, piacevole e divertente l’esperienza della lettura.

Chissà, magari la morte della propria compagna e complice Sybil (unica scena che ha procurato un sussulto, ma senza evaporare il mare di parole con cui si è giunti sin lì) condurrà Mortimer ad essere meno pianificatore, più spinto dal cuore che dalla ragione. Se così sarà, e se anche in questo caso le caratteristiche del personaggio si trasmetteranno allo stile di scrittura del suo creatore, allora saremo già un bel pezzo avanti lungo la strada della "guarigione" dalla sindrome di Mortimer.


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