La sindrome di Mortimer


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Scheda IT-ZG-521-524

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Sintomi: distacco

Quando la sindrome di Mortimer colpisce lo stile di scrittura, la logica e l’intelligenza animano e muovono tutti i personaggi, che non sembrano più esseri umani ma intelligenze artificiali impegnate a fornire spiegazioni in ogni circostanza di quello che stanno facendo, perché lo stanno facendo, con cosa lo stanno facendo, capaci di vagliare ogni alternativa in tempo reale. Intendiamoci, le spiegazioni sono necessarie e del tutto fisiologiche, per esigenze narrative, in ogni racconto. Le possiamo ritrovare nei dialoghi di qualsiasi fumetto, film o telefilm, più o meno velatamente, per farci comprendere con poche battute in quale contesto si stanno muovendo i personaggi (per esempio quando si cambia scena). La sindrome di Mortimer, tuttavia, spinge le spiegazioni oltre l'ordinaria necessità. Queste ultime diventano fin troppo esplicite, portando ad un risultato piatto e, quel che è peggio, innaturale. E’ posticcio che in "Zagor contro Mortimer" Guedè, nello slegare Zagor e Cico, debba informarci (leggi: motivare) che si porta dietro un coltello in tasca perché di solito lo usa per spalmare il burro sul pane, oppure che lo Spirito con la Scure, ad Hammad che ha biascicato un "ma come.." (legittimamente sorpreso di trovarlo nella terrazza della sua villa dopo tanti anni), replichi "Come ho fatto ad arrivare fin qui?... E’ stato facile, grazie a quel rampicante!" per poi raccontargli (o meglio, raccontarci), senza neppure fare un po’ di conversazione, perché non poteva bussare alla porta.

Questa prolungata artificiosità dei dialoghi conduce al peggiore dei risultati possibili per un fumetto: la magia ed il meccanismo di lettura del medium - quelli che fanno sì che dalla fusione di frammenti di parole e immagini il lettore tragga un tutto unico, un flusso continuo che lo isola dal mondo esterno e lo fa sentire parte vitale della storia - si rompono. I rumori in sottofondo (il televisore nell’altra stanza, il vociare nei corridoi) mi sembrano più forti di prima. Mi rendo conto che sto leggendo, perché ho l’impressione che i personaggi recitino per impedirmi di pormi la benché minima domanda su questo o quello e per anticipare, come il diabolico Mortimer, ogni obiezione che potrei formulare. Ma come è successo che i personaggi siano diventati degli automi che sottraggono ogni divertimento o intrattenimento dalla lettura?

Cambiate l'ultima parola in "fatti" e avrete il mio pensiero
disegni di Marco Verni, Zagor n.522, pag.59

(c) 2009 Sergio Bonelli Editore

Cambiate l'ultima parola in "fatti" e avrete il mio pensiero<br>disegni di Marco Verni, Zagor n.522, pag.59<br><i>(c) 2009 Sergio Bonelli Editore</i>

Sintomi: idea fissa

Quando la sindrome di Mortimer colpisce lo stile di scrittura, la logica e l’intelligenza animano e muovono tutti i personaggi, che non sembrano più esseri umani ma intelligenze artificiali impegnate a fornire spiegazioni in ogni circostanza di quello che stanno facendo, perché lo stanno facendo, con cosa lo stanno facendo, capaci di vagliare ogni alternativa in tempo reale
Il più delle volte è capitato perché quando la sindrome è acuta, l’idea alla base di un soggetto diventa centrale. Per esempio, il colpo di scena della parentela tra il malvagio mutante Skull e la figlia Sophie (n.496-499), l’identità del misterioso nemico nel n.500 o la necessità di sorprendere con la soluzione del giallo in montagna (n.506-509). Tutto lo svolgimento della storia si piega per rendere l’idea di base originale, plausibile ed inattaccabile a qualsiasi incongruenza (oggettiva o soggettiva che sia).

In "Zagor contro Mortimer" l’idea alla base del soggetto è il colpo di Mortimer. Rispetto agli altri esempi citati, qui le conseguenze sono state troppo invasive in termini narrativi perché la grande parte della storia ha dovuto fare spazio al lento manifestarsi del minuzioso piano (dalla trappola in cui cadono Zagor e Cico alle modalità tecniche della rapina), con Mortimer che si riduce ad un compiaciuto narratore della propria genialità e dell’ovvio, condendo le proprie apparizioni di spiegazioni, cause ed effetti. Per di più, suona falso che Mortimer ed i complici si raccontino per pagine e pagine quello che sanno già. Tante le inutili ridondanze che spezzano inesorabilmente il ritmo; un esempio per tutte sono le 11 pagine dedicate alla falsa traccia per fare credere ai militari che l’oro sia andato perduto in un fondale, suddivise tra il n.523 (in cui Mortimer spiega il piano) ed il n.524 (in cui le sue previsioni si avverano puntualmente). E’ ovvio che il colpo di Mortimer era impossibile da raccontare senza l'uso di fiumi di parole, ma a mio avviso il "problema" è appunto questo: che il piano (l’idea alla base di una storia) diventa l’elemento più importante e la necessità di sviscerarlo in tutti i suoi aspetti (diretti ed indiretti), oltre a piegare il racconto ed i dialoghi...

Sintomi: evacuazione

... toglie lo spazio per sviluppare altri elementi. In "Zagor contro Mortimer" le caratterizzazioni di due vecchi amici come Guedè o Hammad, al loro ritorno dopo decenni, restano confinate alla loro funzione nella storia: il primo di essere il "jolly" che consente a Zagor e Cico di scappare prima dell’arresto pianificato da Mortimer, il secondo di dare loro un rifugio. Ugualmente sacrificata è l’ambientazione della storia, l’isola di Haiti, che rimane una cornice sullo sfondo e non è mai protagonista. Sarebbe cambiato poco se la location fosse stata altrove. Anche la ricostruzione storica (l’indipendenza della repubblica haitiana ed il riscatto pagato ai francesi), un elemento specifico non collocabile in un altro luogo, resta solo uno dei tanti racconti a parole contenuti nella storia. Tale contesto storico non interagisce con i protagonisti, non si traduce in episodi o conversazioni con gli abitanti dell’isola in cui i personaggi si muovono, se non in dialoghi da salottino conferenze e squisitamente didattici. Conoscere la destinazione dell’oro rubato da Mortimer è del tutto indipendente dallo sviluppo della trama, che racconta di un furto e della caccia ai ladri (veri e presunti): è un altro esempio di quello che scrivevo in precedenza, che le parole (e non le immagini) sono la sola componente che ci racconta quel che occorre sapere. Le immagini si limitano ad illustrare, ma non "raccontano", se non nei momenti d’azione (e ci mancherebbe).


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