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Darkwood Monitor
Anno III, Annual
Aprile 2000
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Intervista ad Ade Capone
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a cura di Daniele Bevilacqua
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Nota: Quanto segue è solo un'estratto della lunga intervista pubblicata su Darkwood Monitor Annual.
Darkwood Monitor - Che atmosfera si respirava in quel periodo in Via Buonarroti?
Ade Capone - Io quando torno in Via Buonarroti mi sento "a casa", ancora adesso, proprio perché è un posto dove mi sono sempre sentito a mio agio, dove l'atmosfera è sempre stata quella di una grande famiglia. Certo, si tratta di una grande azienda, e anche lì non mancavano nemmeno ai miei tempi i momenti di nervosismo, ma anche questo è normale. Fare fumetti non è il gioco che qualcuno pensa, anche se è un mestiere bellissimo. E' comunque bello che in via Buonarroti non ci si senta come in certe aziende dove devi per forza andare in giacca e cravatta, ossequiare/leccare continuamente i capi, guardarti le spalle dai colleghi. No, lì puoi anche avere un acceso scambio di idee con qualcuno, ma poi ci esci a pranzo e dimentichi tutto, perché una cosa è il lavoro e un'altra sono i rapporti umani. Credo che proprio a Bonelli e Canzio, per la loro forte carica umana, vada il merito di questo. Sarebbero i primi, insomma, a non poter lavorare in un ambiente diverso.
DM - Che cosa pensi di un eroe di carta come Zagor?
AC - Di carta? Non ho mai considerato Zagor un eroe di carta. Non sarei riuscito a scriverlo, altrimenti. E credo che questa sia già una risposta.
DM - Quando come e perché è finito il tuo sodalizio con la Bonelli?
AC - Allora... era l'estate del 1991 e ricevetti una telefonata da Bovini e Cavallerin, rispettivamente editore e direttore generale della Star Comics. Mi chiesero di andarli a trovare a Perugia e là mi dissero che non ne potevano più di Brolli e del suo Cyborg. Cercavano qualcuno che gli mettesse in piedi un progetto di fumetto italiano davvero "popolare", indipendentemente dal formato scelto. Mi chiesero se me la sentivo di fare una proposta. Ci provai, proposi Lazarus che NON avevo nel cassetto, lo creai in pochi giorni, mettendoci dentro tutte le cose che più amavo. Lazarus venne approvato e mi misi al lavoro, come sceneggiatore e supervisore. Pian piano creai anche uno staff di disegnatori. Seppi poi che la Star aveva contattato altri sceneggiatori, ma l'unica proposta a convincerli era stata la mia. A Bonelli dissi di Lazarus praticamente a cose fatte, ma non perché avessi voluto nascondergli nulla. Quando la Star mi chiamò, Sergio era in America, tutto qui. Altrimenti gli avrei parlato subito.
Quella offertami dalla Star era la mia grande occasione, confidavo che in Bonelli, dove ero "uno dei tanti", avrebbero capito e accettato la mia scelta. Fui felicissimo quando mi chiamarono a collaborare di nuovo (nelle vesti di addetto stampa) al "Dylan Dog Horror Fest", benché già lavorassi per la Star. Fu la conferma che in qualche modo mi consideravano ancora uno di loro. E anche io continuo a sentirmi tale. Non so come spiegarmi meglio. E' un senso di appartenenza che va oltre il lavoro e i guadagni.
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