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Quanti sono i sessi su Tralfamagore? Cinque, tutti indispensabili per la procreazione. E sulla Terra? Sette, tutti indispensabili per la procreazione. Già, due sono quelli nella terza dimensione; gli altri cinque sono nella quarta, a noi invisibile. Ehi, non pensate male di me: non sto scrivendo di ritorno da un rave party, mi sto limitando a riportare qualche passo da "Mattatoio n.5" di Vonnegut. Se invece preferite un bignami del pensiero del sadico Bud Finn a proposito del gentil sesso, più o meno suona così:
Le donne non si toccano neanche con un
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Per capire lo Sclavi fumettista di questi ultimi due-tre anni (da "Finché morte non vi separi" in avanti) è opportuno distogliere lo sguardo da Dylan Dog, e appuntarlo sullo Sclavi romanziere e sull'uomo-Sclavi. Da due anni Tiziano è sposato con Cristina, cui è dedicato l'ultimo rutilante romanzo del nostro, "Non è successo niente". Di lei, Tiziano dichiara "E' stata la svolta della mia vita, la salvezza". E su questo c'è da giurarci: cos'è che può far rinsavire (o impazzire) del tutto un uomo, meglio di una donna?
E' cambiato anche il modo di raccontare questi orrori, si è fatto meno mediato, meno metaforico, più carico di una rabbia che l'autore urla senza filtri, direttamente: o attraverso le tirate "politiche" che, per essere alleggerite, Sclavi infila in bocca a una figura clownesca e naïf come Groucho, creando uno sorta di contrappunto letterario (cfr. soprattutto nn.129 e 138); oppure prendendo posizione in prima persona con suo alter ego. In questo numero, Dylan esplode, a un certo punto (pag.49): "Gli uomini che picchiano le mogli sono tra le persone che odio di più, che mi fanno più schifo! Sadici, vigliacchi...". Una rabbia che poi deflagra insieme ai feroci colpi di pistola che annientano Bud Finn (pag.92). Come se l'autore avesse preso coscienza che il suo fumetto ha uno dei pubblici più giovani del parco testate Bonelli, e che come tale è giusto accantonare qualche allegoria di troppo per lasciar spazio a un' "educazione" più diretta a certi diritti fondamentali dell'essere umano. Accanto a questo transizione "umana" dell'autore, ve n'è un'altra più propriamente artistica: l'accentuazione dell'elemento umoristico, leggero e ludico nei dialoghi, ora non più confinato a una figura deputata alla risata (Groucho, che come già detto tende ad assumere anche altre funzioni), ma infilato nel parlare di quasi tutti i personaggi. E ancora, con un occhio ai due ultimi romanzi, "Non è successo niente" e "Le etichette delle camicie", l'innamoramento per un linguaggio scritto che sempre più deve assomigliare al parlato, con dialoghi farciti di "ma", "però", incespicamenti, fraintedimenti (memorabile l'uso del tontissimo Jenkins). E così sono nati albi magari lievi, ma dai dialoghi scoppiettanti e frizzantissimi come "Tre per zero", "Quando cadono le stelle", "Lassù qualcuno ci chiama". O questo "Verso un mondo lontano", esemplare summa di quanto detto sopra. Sclavi costruisce la vicenda in maniera piuttosto complessa: partendo dalla classica situazione di cliffhanging dell'eroe (che non è identica nelle vignette al vero finale, visto che Sclavi riassume il dialogo Dylan-Kurtz per far credere al lettore un dialogo Dylan-Vaal che in effetti non esiste), ricostruisce a ritroso la storia di Vaal e Kurtz, intrecciandola con quella di Primrose e col tema sociale della violenza domestica sulle donne.
Come già nell'albo del decennale, alla seriosità del tema sociale si accompagna una svirgolata di fantasy e di poetica, nella dolce follia di Vaal e del suo Tralfamagore, che ammorbidisce la dura presa di posizione di Tiziano-Dylan e rende il tutto surreale (a ciò contribuisce anche l'azzeccata scelta di un'ambientazione d'atmosfera come Grilmiby Pill e il tema delle invenzioni impossibili) e meno retorico. Tutto da interpretare il finale: Vaal non è morto eppure parte (per dove?) insieme a Primrose. Che Sclavi ci voglia dire che i matti e le donne maltrattate sono entrambi vittime in questa sporca Terra, e come tale meriterebbero di salpare per un mondo (Tralfamagore) dove "non esiste il male, non esiste il dolore, non esiste il tempo..." (pag.26)? Se avete una vostra chiave di lettura, Fatecelo Sapere. In sede di sceneggiatura (oltre a quanto già detto sopra sull'uso dell'umorismo), da sottolineare la tendenza ormai consolidata a ricorrere a balloon enormi e a vignette pienissime: fino a 3 personaggi parlanti in una vignetta singola e tirate enormi di Dylan, Bloch, Wina e Kurtz. Altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze nella Scheda della Storia.
Sempre perfetto l'equilibrio nella composizione delle vignette di Piccatto, e senza pecca la resa anatomica. Il suo grande feeling nel restituire graficamente le suggestioni dei testi di Sclavi si conferma anche stavolta, tanto nelle espressioni dei volti (la faccia triste e pesta di Primrose o quella memorabile e marlonbrandesca di Kurtz), quanto nelle sequenze più oniriche e poetiche (il salto nell'iperspazio di pagg.33-34, semplice ma di grande efficacia). Rispetto al Piccatto degli esordi, sembra andare evaporando una innegabile vena cartoonesca (come dimenticare i suoi Conigli Rosa?), che lascia spazio a un segno più graffiato ed elementare, tanto che i tratti somatici dei visi diventano a volte semplice macchie di inchiostro. Cosa aggiungere a quanto detto sopra? Intanto che, per parlare con certezza di Sclavi, occorrerebbe conoscerlo (bene) personalmente, privilegio concesso a pochi vista la ritrosia sua nei confronti del pubblico. E che, in ogni caso, quello sopra vuole essere un tentativo di leggere una stagione sclaviana di Dylan Dog che a mio parere non può essere liquidata con un semplicistico "Aaah, il Dylan Dog dei tempi d'oro dov'è finito!", oppure con uno sgolosante "Sempre super, il Dylan Dog!". Di mio, penso quanto già detto: che abbiamo ora un Tiziano meno allegorico e più diretto nell'affrontare quei temi che resero Dyd un fumetto "maturo". Come tale, meno affascinante e apprezzabile da chi, magari grazie a Dylan, è approdato a letture più sofisticate (come la Vertigo, ad es.). E che abbiamo un Tiziano ancor più ludico e giocoso di un tempo, sulla scia de "I gioielli della Castafiore" che in "Le etichette delle camicie" cita come "testo obbligatorio" di ogni lettore (non solo a fumetti) che si rispetti: in quell'avventura di Tintin, vero florilegio di giochi verbali, c'è la cifra stilistica del Tiziano più leggero (oltre ai maestri Woody Allen ed Eric Rohmer). E aggiungerei questo: godetevi i dialoghi di Tiziano, gli unici in casa Bonelli (oltre a Castelli) in cui i personaggi non parlano come automi linguistici dal linguaggio ingessatissimo. Godetevi il suo coraggio di fare pagine che lasciano il lettore a chiedersi "ma cosa avrà voluto dire?" e che non spiegano tutto a tutti i costi (come il finale di questo numero). Godetevi poi ancora la finezza di certe sue scelte, come il salto nell'iperspazio di Vaal o il suicidio di Kurtz, in cui una possibile vignetta splatter è sostituita da una poetica immagine delle stelle (di Tralfamagore, probabilmente) in cui, ci suggerisce l'autore, Kurtz spera di approdare con la morte. O, ancora, il montaggio a strappo che in due vignette (pagg. 91-92)porta Dylan dal dialogo con Primrose alla cieca rabbia con cui svuota il caricatore su Bud, dandoci l'illusione che ancora una volta l'eroe arrivi in tempo a salvare la bella. Per me è già abbastanza.
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