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Il mitico dopobarba dell'Indagatore dell'Incubo miete vittime anche tra le creature della notte...
Per favore mordimi sul collo
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I mostri, quelli che noi chiamiamo diversi, sono come noi figli di questo mondo. E come noi, o forse più di noi, hanno bisogno di affetto”. Questa massima è assurta, nel corso degli anni, a vessillo della grande epopea dell’Indagatore dell’Incubo, e personaggi indimenticabili come Ghor (Speciale 2) o Johnny freak (n.81) ne hanno in qualche modo caratterizzato gli anni d’oro. A quegli stessi anni appartengono però anche Morgana (n.25 e n.100), Bree Daniels (n.19 e n.88) e Lillie Connolly (n.121), figure femminili, anzi vere e proprie donne, che sono state in grado di “bucare” le pagine ed accedere in maniera diretta e privilegiata ai sentimenti dei lettori. Donne particolari (una prostituta, una zombie – ma anche madre di Dylan – e una terrorista dell’IRA) e certo ben diverse da tutte quelle altre, più o meno “normali”, che hanno arricchito nel tempo il suo invidiabile parteur femminile. Donne che forse proprio per questo sono state più di tutte testimoni e partecipi di quel trasporto emotivo quasi adolescenziale che ci siamo abituati a veder nascere (ed appassire) nel cuore di Dylan. …E poi c’è Manila. Anche lei è una donna “particolare” (una ballerina resa vampira da un “maestro della notte”) ma paradossalmente, fors’anche straordinariamente, è una donna che Ruju ha reso capace di elevarsi, di acquisire quello spessore, quella complessità, che ne fanno un personaggio davvero completo, quasi umano (e, ci si voglia perdonare il gioco di parole, parlando di una vampira è forse uno tra i più graditi commenti che si possano formulare). È inevitabile fare riferimento alla storia doppia dei n.180-181, dove Manila è comparsa la prima volta, mettendosi già allora in luce per quel suo carattere e per quel suo modo di affrontare una realtà del tutto nuova, del tutto spiazzante: aspetti questi descritti dall’autore in una prospettiva mai artificiosa, anzi velatamente amorevole, quasi la si volesse condurre per mano nell’atto di attraversare quella linea di confine che separa il mondo della luce da quello dell’ombra. Allora fu la nascita ad una nuova vita. Adesso Manila viene ritratta nel pieno della maturità della sua condizione, eppure ancora così umana, e così legata a Dylan al di là di un “semplice” legame di sangue, bensì da quel sottile filo che pervade il corpo di un calore intenso ed improvviso, che accende la sintonia tra due esseri umani – per quanto lontano dalla definizione di “umano” uno dei due possa ormai definirsi – e che viaggia al di sopra delle parole e dei pensieri scegliendo di manifestarsi nella sua più compiuta grandezza attraverso un semplice sguardo: quel sottile filo che va sotto il nome di Amore e che, piacevolmente doloroso, si insinua tra Dylan e Manila, tra l’Indagatore dell’Incubo e la creatura della notte, come poche volte aveva saputo fare in passato.
Viene a questo proposito in mente una storia, degli stessi autori di questa, quale "L’eterna illusione" (n.193), dove Dylan incontra l’amore per l’ennesima volta, ma forse per la prima volta si pone seriamente di fronte alla prospettiva di un futuro assieme ad un’altra persona, mettendo così a nudo, dapprima verso se stesso, le paure derivanti da quel compiaciuto senso di immaturità che spesso solo un "personaggio dei fumetti" può permettersi di provare, pur mantenendo una sua coerenza interiore, in virtù di quella strana alchimia che continua ad affascinare tanti e tanti lettori. Dispiace perciò la scelta di un finale dai toni catartici, dove Manila sacrifica se stessa per salvare Dylan da un altro vampiro, dissolvendosi alla luce del sole e lasciando alle lacrime di Dylan il difficile compito di tergere e sublimare, per un’ultima volta, quel sentimento tanto più vivo quanto più impossibile da realizzare: l’amore tra un uomo ed una vampira, che brutalmente potrebbe vedersi come un classico caso di concordia oppositorum come tanti che lo hanno preceduto, ma non per questo reso da Ruju e vissuto da Dylan e Manila con minor ardore, semplice ed arduo ad un tempo. Rubando a tal proposito (e indegnamente) al grande poeta latino Catullo alcuni tra i suoi più immortali versi, si può solo concludere dicendo: “…Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sento fieri et excrucior”, ossia: “…Come sia possibile ciò, mi chiederai. Non lo so, ma sento che accade, e mi struggo”.
L’ottimo Corrado Roi sfiora in quest’albo alcuni tra i suoi migliori risultati degli ultimi tempi. I primi piani sul volto di Manila (due su tutti: pag.13, quinta vignetta e pag.52, terza vignetta) hanno un qualcosa di sottilmente magnetico, quasi a confermare quella rara abilità, da parte di un personaggio, di “bucare” la pagina, così come espresso in precedenza. Una bella storia. Una bella storia d’amore, soprattutto. Il soggetto sconta inevitabilmente alcune pecche di originalità, trattandosi di un séguito, ma il risultato finale si riscatta ampiamente mettendo in scena, con eleganza e delicatezza, un sentimento vero, non gridato, timidamente calato nel pur diverso tono generale del racconto. La copertina di Stano riprende in pratica uno dei momenti finali della storia, riuscendo a trasmettere all’insieme una discreta sensazione di dinamismo. Più in generale, i 6 punti in più nella valutazione globale vanno in pratica tutti a Manila, a ragione la vera “mattatrice” della storia. Anche Dylan però viene ritratto, per una volta dopo tanto tempo, nelle sue debolezze di uomo comune: quelle debolezze che ne costituiscono la reale forza e che ne hanno, sin dagli esordi, decretato la fortuna.
Vedere anche la scheda della storia
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