|
|
||
| ||||||||
|
Quel sapore antico di western all’amatriciana recensione di Vincenzo Oliva
|
Alfredo Castelli, scrivendo questo quarto albo della collana dei Grandi Comici del fumetto, ha saputo davvero dar fondo alle sue inesauste - e apparentemente inesauribili - doti di scrittore umoristico. Di quell’umorismo surreale, a tratti bislacco, di cui in passato seppe dare gran prova con personaggi esilaranti quali Scheletrino o Zio Boris. Qui, nel dedicarsi al "figlio" più illustre di Antonio Terenghi, che per l’occasione ha solo disegnato la storia, Castelli miscela bene quello spirito che animava tali sue prove giovanili con la bonomia che da sempre caratterizza Pedrito El Drito e le sue strisce.
Esilarante il tormentone che Castelli ha inserito in omaggio a Tex, e che partendo da una delle più classiche frasi dei quattro pards -"Qui si servono bistecche alte tre dita con una montagna di patatine" troviamo scritto a pag16 in forma "autentica" - la stravolge in ogni modo verbalmente possibile ed ipotizzabile, fino a soluzioni come "Qui si servono dita alte come tre bistecche e una patatata di montagnine a pag.65; ma esilarante anche l’altro tormentone, con cui Castelli prende in giro la struttura narrativa delle telenovelas rimandando di volta in volta di svelare il "mistero" su chi sarà il prescelto della principessa Luna Nascente tra l’eroico ma povero Piuma di struzzo o il ricco Faccia d’amianto, fino a quell’ultima tavola, dove gli autori negano a noi lettori "crudelmente" - ma crudelmente al povero Pistillo Fumante, capo dei Pistilli Forellati - di conoscere finalmente la scelta della bella Luna Nascente. E’ un umorismo gentile quello usato da Castelli, adatto al personaggio. Forse non è un capolavoro questo albo, ma è certo che si tratti di una buona storia, scritta e disegnata con professionalità da due protagonisti di lungo e lunghissimo corso del fumetto italiano, che hanno saputo dar prova ancora una volta del loro mestiere e del loro amore per il medium e per un personaggio che appartiene al DNA del nostro fumetto.
Dopo tanti decenni di onorata militanza, Antonio Terenghi è approdato sulle pagine di un albo bonelliano.
E’ da chiedersi se non sia anacronistico proporre oggi una storia di un personaggio, come Pedrito, che appare datato, legato com’è, per nascita, ad un’Italia ormai lontana nel tempo; un’Italia casereccia che cominciava ad uscire dalle rovine della guerra.
Tuttavia un’interpretazione simile sarebbe non solo ingenerosa verso gli autori - un Terenghi che ha ancora l’entusiasmo di gettarsi in un’impresa impegnativa ed il coraggio di mettersi in gioco con il suo "antico" personaggio, ed un Castelli che ha saputo rispolverare il meglio del suo bagaglio di umorista puro - ma anche riduttiva.
Questo quarto albo della collana dei Grandi Comici esce in occasione del cinquantenario del personaggio, ed al valore celebrativo (oltre che all’evidente affetto con il quale Castelli&Terenghi lo hanno confezionato) il volume aggiunge quello di memoria storica, permettendo di conoscere ed apprezzare un character del nostro fumetto che altrimenti sembrava destinato all’oblio: da una ricerca approfondita in fumetteria, tutto ciò che è venuto fuori è stato infatti uno smilzo cartonato contenente un certo numero di antiche strisce del personaggio di Terenghi, dalle primissime, con un Pedrito non ancora sceriffo di Tapioka City e molto diverso graficamente da quello poi affermatosi non solo in Italia (oltre che in bianco e nero), fino a strisce più recenti e datate alla metà degli anni ’70.
Insomma un albo da leggere rilassati, con la mente sgombra da ogni pensiero, e pronti a lasciarsi coinvolgere dalle storie semplici e genuine di Pedrito, Paquita e dei loro improbabili compagni di viaggio in un ovest americano anche più improbabile di loro.
|
|||||||||||||||||||||||||
|