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Un ritorno in gran forma per il “Lince” più duro della Bonelli.
Ancora uova con pancetta, pupa.
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Dopo quattro anni di assenza Leo(pold) Pulp il Lince torna a coinvolgerci in una nuova indagine, diretta stavolta a scoperchiare il torbido proscenio che si cela all’ombra dal lussureggiante sfavillio della “Fabbrica dei Sogni” Hollywoodiana.
In teoria qualsiasi commento potrebbe anche avere termine qui: i personaggi tratteggiati da Nizzi sono tutti ottimamente caratterizzati, anche e soprattutto grazie ad una sceneggiatura (o forse sarebbe più appropriato parlare di copione :-)) dalla natura (inevitabilmente) sfacciatamente citazionistica, oltre che dai ritmi serrati, in grado di esprimere appieno le pur non eccezionali potenzialità del canovaccio iniziale (cfr. a tal proposito la scheda della storia).
Come già accennato, anche tra le fila dei comprimari si muovono bravi caratteristi (come il cliente di Leo, Linus), capaci a volte anche solo nell’arco di poche vignette di delinearsi in maniera pungente e compiuta (il caso più eclatante è quello dello stralunato boss Don Vito Carbone).
Un bel lavoro, nulla da dire. Peccato forse un po’ per la parte finale, laddove il plot finalmente si dipana, che ad una prima lettura appare leggermente poco in sintonia con il tono generale della storia.
“Ottimo lavoro, quello di Bonfatti. Il tratto è sempre sicuro e preciso e la sua attenzione per i particolari contribuisce in maniera fondamentale alla riuscita di questo albo. Una particolare menzione va all'uso del colore, raro da vedere negli albi Bonelli. L'apporto di Cesare Buffagni conferisce un importante valore aggiunto alla riuscita complessiva del lavoro. Le vignette sono ricche, accurate e "piene" senza essere ridondanti o barocche, ed il sapiente uso di luci e ombre conferisce, pur nel tono volutamente caricaturistico delle immagini, la cupezza e la drammaticità richieste dal testo.” Il commento ai disegni del precedente numero è più che mai appropriato anche in questo caso. La chiara matrice jacovittiana del tratto (si veda ad es. la terza vignetta di pag. 7, o anche la stessa copertina) conferisce alle singole tavole una potenza espressiva e dinamica davvero senza pari, e che si fa quindi ampiamente perdonare dei quattro anni di attesa.
Il primo pensiero che si può formulare, appena terminata la lettura, è che in alcuni casi un fenomeno di “atemporalità” nella serialità di una testata può sortire non pochi effetti positivi, in termini di qualità.
In realtà i due numeri usciti in questi quattro anni possono anche vedersi come altrettanti one shot, e un giudizio analogo si potrebbe tranquillamente avanzare anche per le future uscite, qualora la serie non venga forzata (si auspica) a seguire necessariamente dei vincoli editoriali. Se ciò dovesse tradursi in una rarefazione delle uscite, ben venga comunque! Forse così l’augurio di una lunga e prospera vita editoriale acquista un senso più vero.
Vedere anche la scheda della storia
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