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articolo di Vincenzo Oliva |
La fantascienza è ufficialmente "nata" nel 1926, quando Hugo Gernsback, un lussemburghese emigrato negli Stati Uniti, iniziò a curare la rivista Amazing stories, sulle cui pagine pubblicò storie di una forma letteraria alla quale aveva dato il nome di scientifiction (che poi attraverso varie trasformazioni divenne science fiction, il nome inglese ufficiale della nostra "fantascienza"). Con il nome, Gernsback diede a questa forma letteraria una sorta di autoconsapevolezza, la possibilità di riconoscere il simile a sé, anche se poi la definizione di cosa appartenga alla fantascienza si è dimostrata impresa impossibile quanto altre mai. Prima del vecchio Hugo e delle sue Amazing stories, tuttavia, vi era già chi scriveva fantascienza, senza ovviamente immaginare di farlo, visto che di essa non esisteva neppure il nome. Evitando di risalire fino ad antenati nobilitanti francamente poco attinenti, come Omero e Luciano, le radici della moderna fantascienza come la intendiamo oggi sono da ricercare nell'Europa del XIX secolo, principalmente - ma non solo - nelle opere di Jules Verne e Herbert George Wells, che scrissero avendo coscienza dell'importanza dei cambiamenti scientifici, tecnologici e sociali sulla vita degli uomini e delle donne. Il fumetto ha una storia molto simile a quella della fantascienza. La sua "nascita" come forma di intrattenimento seriale, realizzata con criteri "industriali" può essere fatta pacificamente risalire al 1895, alla prima apparizione dello Yellow Kid di Richard F.Outcault. Anche il fumetto, però, preesisteva come medium artistico a questa nascita ufficiale, incosciente di cosa fosse, ma certamente cosciente di essere espressione artistica e letteraria; e ancora una volta senza voler ripercorrere la storia degli antenati fino alle pitture rupestri della preistoria, è all'Europa del XIX secolo che bisogna principalmente volgere lo sguardo per trovare le radici già ben formate e riconoscibili della forma artistica che verrà.
L'opera di Busch, noto soprattutto per i personaggi di
Max e Moritz Colpisce un aspetto comune di queste due opere risalenti a ben più di un secolo addietro (e nella sua prima concezione Obadiah Oldbuck si avvicina ai due secoli): la loro modernità, molto più di opere che hanno cinquanta o venti anni di vita, o perfino a talune che appartengono ai nostri giorni. Pur figlie dei loro tempi - e questo è comunque bene rammentarlo sempre - sono ancora attuali per grafica e contenuti, e il loro valore non è puramente documentale. L'analisi psicologica e sociale chiaramente affonda le proprie radici nella realtà vissuta dagli autori, ma il loro talento è stato tale che i tipi umani rappresentati sono riconoscibili anche ai tempi nostri. Gli sciocchi e i vanesi, come i maligni o i burberi dal cuore d'oro non hanno età, ed è solo il modo di raccontarli a creare un discrimine tra vecchio e moderno. In "Obadiah Oldbuck" la penna di Töpffer è più sarcastica - a volte decisamente velenosa - di quanto non sia Busch in "Plif e Plof". Lo sguardo comunque tagliente di quest'ultimo è più bonario, spesso moraleggiante pur senza divenire mai pesante. Le peripezie di Obadiah Oldbuck all'inseguimento del suo amato bene sono un fuoco di fila di situazioni umoristiche, tragicomiche, surreali. Condite con abbondanti dosi di cattiveria verso esseri umani ed istituzioni, si concluderanno con un lieto fine, ma sotto la patina del riso il racconto nel suo complesso lascia l'amaro in bocca sull'uomo e le sue azioni, e sulle sue piccole e grandi meschinità. Il disegno è elegante e ricercato, esteticamente "bello", e Töpffer mostra una padronanza perfetta del mezzo fumetto senza che questo neppure esistesse ancora come concetto, figuriamoci come corpus canonico ;-). Egli sfrutta appieno le risorse di un segno grottesco e caricaturale per dare grande forza psicologica a volti e figure e tradurre in immagine la bruttura morale, la stupidità, la sciocca vanità.
Busch usa la storiellina minima di due terribili cagnolini, Plif e Plof appunto, salvati da morte certa da due ragazzini che definire carognette è riduttivo, per tessere un apologo mai stucchevole delle virtù della bontà. Nel corso del racconto approfitta per satireggiare con mano più o meno leggera e occhio più o meno benevolo la famiglia, i rapporti tra genitori e figli, l'amicizia e l'egoismo. E' un mondo crudele quello di Busch, non meno di quello che anche Töpffer conosce, e come quest'ultimo, l'autore tedesco non si lascia scappare occasione di metterne alla berlina più di una caratteristica. Il suo disegno dà mostra di una sintesi di notevole modernità ed efficacia narrativa, in grado di modulare azione ed emozioni, benché "Plif e Plof" sia meglio definibile come "serie di illustrazioni in sequenza commentate" che non come fumetto vero e proprio. Del resto, semplicemente il fumetto non esisteva.
"The adventures of Obadiah Oldbuck" e "Plif e Plof" sono documenti storici interessantissimi ed opere vive, compiutamente leggibili ed apprezzabili oggi più di molti presunti classici che sono solo vecchi; li consiglio a chi voglia leggere qualcosa di non usuale e non abbia timore delle novità ;-).
Rodolphe Töpffer presents "The Adventures of Obadiah Oldbuck" di Rodolphe Töpffer
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