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Ci sono sport che si possono praticare solo grazie a costose
attrezzature; altri necessitano perlomeno di strutture apposite;
alcuni si possono praticare solo in certi periodi dellanno;
altri ancora soltanto in determinate zone geografiche. Cè
un solo sport che, davvero, non ha bisogno di niente, neanche delle
scarpe...
Born to run
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1936, Olimpiadi di Berlino: lui si chiama Jesse Owens, è nero come linferno che lo ha scaturito, ma corre come un aereoplano; vince quattro medaglie doro in una sola Olimpiade: 100 m., 200, salto in lungo, staffetta 4X100. Più veloce della razza ariana. Hitler, pur di non doverlo premiare, abbandona lo stadio. Incazzato nero, ovviamente. 1960, le Olimpiadi sono a Roma, e dopo la gara di corsa più dura che ci sia, la Maratona, una gara così dura che ricorda una guerra, il pubblico rimane a bocca aperta a guardare il vincitore, letiope Abebe Bikila. Il pubblico non è stupito dal fatto che ha vinto, e che ha dato qualcosa come tre giorni di distacco agli altri, ma dal fatto che, dopo 42 kilometri, entra nello stadio Olimpico a piedi scalzi: ha corso 42 kilometri a piedi nudi, come si usa dalle sue parti. Intervistata, la Adidas rilascia un laconico No comment, ma si vede benissimo che è incazzata. Nera, ovviamente. Anche perché quattro anni dopo, Bikila vincerà ancora, calzando questa volta delle pinne da sub. Gialle. 1976, Montreal: luomo che diventa mito questa volta si chiama Danger Alberto Juantoreņa, e realizza unimpresa incredibile: vince loro nei 400 e negli 800 m. Sono due specialità diversissime, che richiedono una preparazione differente: la prima è ancora una gara di velocità, la seconda è già mezzofondo. Insomma, vincerle è un po come conseguire una laurea in Filosofia e una in Ingegneria Ambientale. Juantoreņa è cubano, e corre avvolto in foglie di tabacco e con sigari havana tra le dita dei piedi, non usa il Gatorade ma rum e Cuba libre. Non vi dico gli americani. Rossi di rabbia. Ma il più grande di tutti, forse, fu Edwin Moses. Correva i 400 ostacoli, specialità durissima e tecnicissima. Bene, da che iniziò a correre, verso la metà degli anni Settanta, fino a quando smise, verso la metà degli Ottanta, non perse mai una gara, fu sempre primo. Fu anche il primo a scendere sotto i 48 secondi. E fu il primo a tenere il ritmo dei 13 passi tra un ostacolo e laltro; cioè: gli altri ne facevano 14, lui 13. Questa cosa non si riesce a scriverla, bisognava vederla. Roba da pazzi: un passo in meno degli altri.
E ci fermiamo qui, ma potremmo parlarvi di Atalanta e Achille piè veloce; di Sebastian Coe e Steve Ovett; di Carl Lewis e di Michael Johnson; di Forrest Gump e di Michael J. Fox. Per non parlare di Barry Allen e Wally West. Il fatto è che la corsa crea eroi, miti, leggende. È una cosa epica.
E così, ci troviamo a confessare che questo numero di MV, questo numero che parla di un ragazzo che corre, questo numero ancora fuori continuity, questo numero che neanche parla di leggende indiane, questo numero, come lo scorso, senza pretese, ci ha intrippato. Ci ha ridato il piacere della corsa, con due personaggi interessanti come Fango e Hobo, e crediamo che almeno uno dei due lo rivedremo. E poi ci sono almeno due scene che sono puro spettacolo: Ned che sfodera la pistola sotto il naso di Sonny e poi scompare in un fulmine (Anchio sono veloce. E posso fare male), e lincontro con Aron e Alex (vd. MV 26/27), che ora hanno un figlio che si chiama Ned... Ma cè anche la giustizia contro Sonny, picchiatore picchiato; o la lotta sul treno, con Ned che sembra James Bond; o il consiglio finale di Ned a Fango, splendidamente uncorrect, anche se il lettore sa che non basteranno le armi di Fango a far vincere gli indiani. Ma, come dice Fumo Bianco, se dovremo combattere per difendere la nostra terra, beh!, sarà il modo migliore per morire! E allora, Fango, non smettere di correre... E tu, lettore, accontentati di questo, ché se non è oro, è argento. Anche perché la sceneggiatura di Manfredi è sempre un gioiello: le scene di corsa sono costruite con un montaggio e una scelta di inquadrature che è scuola: volete imparare a scrivere i fumetti? Guardate qua.
Dopo Giuseppe Barbati, ecco in singolo su Magico Vento Bruno Ramella. Urca. Finiranno mai di sorprenderci, sti due? Anche questa è una prova splendida. Quando i due disegnavano insieme, abbiamo poi saputo, Barbati faceva le matite e Ramella le chine (okay, a dispetto di quanto scritto nella scorsa recensione, lo sospettavamo...), e la coppia si imponeva non solo per la superba qualità grafica del loro lavoro, ma anche per la velocità di esecuzione, che tra laltro li rendeva i più prolifici disegnatori della testata. Ora, queste esperienze in singolo non pregiudicheranno futuri episodi ancora disegnati in coppia, dato che la velocità dei disegnatori fa molto comodo allautore, ma sicuramente noi lettori aspetteremo con ansia anche le prove in singolo...
Ramella è un mago del chiaroscuro: le sue chine pesanti
non sporcano mai il disegno, e lo dimostra proprio il personaggio di
Fango: anche pesantemente truccato (ha nero intorno agli occhi e
intorno alla bocca!), il suo volto è estremamente espressivo;
maestria, pura maestria di Ramella. Inoltre, le scene dazione
risultano chiarissime: se Manfredi può raccontare molto senza
usare i baloon, in questo numero, molto è merito del disegnatore.
La copertina di Frisenda arriva da Bombay, India. Fango sembra
un mendicante di quelle zone. E Magico Vento fa la parte di Madre
Teresa. Insomma, questa copertina non centra niente con la
storia, in definitiva: però che pathos. Si prende in mano il
fumetto e ci si sporca. Di fango.
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