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convenzionale, secondo i dettami del giallo di mafia, ma condita con tocchi
di irrealtà che aggiungono un sapore particolare alla trama. La valigia col
bottino che scatena una sanguinosa caccia non è certo una novità, e neppure
le figure, piuttosto convenzionali, dei sicari e boss della mala. Tuttavia
la storia prende, da un certo punto in poi, una strana piega, strana per
una serie nata come "police procedural", e solitamente costretta in
canoni di realismo piuttosto stringenti. Il bizzarro dirottamento della
metropolitana, intanto, che sembra arrivare da un action-movie
hollywoodiano; la figura di un ragazzino, Ziggy (omaggio e
ammodernamento del Junior di Chester Gould), per nulla povera
vittima indifesa, ma intrapredente e smaliziato; infine, il deciso
spostamento verso il grottesco con l'entrata in scena del protagonista
dello scorso anno: il Grigio, barbone da fogna, con la sua Corte dei
miracoli fatta di topi e di serpenti ammaestrati (i coccodrilli albini
glieli hanno già fatti fuori, fortunatamente). Il valido post-finale a
sorpresa colora di una macabra ironia tutta la vicenda, e in particolare le
parole di Charlie Fagioli a pag.68.
Questo per la parte di soggetto. Per la parte di sceneggiatura Manfredi ha fatto
sicuramente un buon lavoro. Un suo aspetto stilistico, l'utilizzare quasi di
regola un solo ballon per vignetta (già sottolineato da Marco Zucchi
per il n.107), dilata i dialoghi e costringe a ricorrere
a eclissi (temporali) un po' troppo lunghe.
Lo sviluppo dei personaggi è interessante e pur con qualche forzatura
(Ziggy veramente troppo "professionale" nel momento del pericolo.
Ad es., nel momento del suo sequestro, si rivolge alla madre con
piglio da duro: "Tranquilla, mamma. Non creare complicazioni. Quel
tipo non scherza") porta a characters non banali
(come Charlie Fagioli, killer dal volto umano e dagli incubi
infantili o la stessa Titty Coppola, boss che si appropria di un
ruolo solitamente maschile), ma neanche fastidiosamente sopra le righe.
Perché però Manfredi decide di portarsi via quel simpaticone del Grigio e
il suo fido serpente da guardia Scarf? Erano creazioni azzeccate e
un loro nuovo ritorno non poteva che far bene alla serie, ogni tanto
bisognosa di un'avventura dal background particolare (e il Grigio e le
labirintiche fogne erano un ingrediente piuttosto raro). Azzardiamo:
l'autore viene trascinato via da un magico vento e decide di portar
con sé le sue creaturine ;-) ?
  

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Josè Eduardo Caramuta
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Un confronto serrato con le tavole pulite e dettagliate di un Bruno
Brindisi o di un Pasquale Del Vecchio si concluderebbe con
un'ignominiosa disfatta per il segno molto particolare di Caramuta.
Su questo non ci piove: troppo basso il livello di dettaglio, troppo
squadrati i visi (quello di Marvin sembra una maschera tribale
africana), troppo ridotte le scelte di inquadratura (o piani di
ambientazione, o primi piani/figure intere; e le prospettive sono sempre
ordinarie). Eppure bisogna riconoscere che è piacevole, in una storia di
questo tipo, optare per il segno anticonvenzionale dell'argentino. Le
secchiate di china in cui affogano molte tavole riproducono perfettamente
l'atmosfera retrò dell'albo: sembra quasi di stare in un film di Howard
Hawks o di Johm Huston. I forti contrasti tra bianchi e neri
rendono bene gli ambienti dalle molte ombre, e la leggibilità delle scene
(grazie anche ad una sceneggiatura ad hoc di
Manfredi) è sempre molto alta. Certo, alcuni visi (anche quello di
Nick) sono davvero brutti, ma il tratto grottesco e antirealistico
calza espressivamente a una vicenda del genere: speriamo che, anche in
futuro, la carta Caramuta sia giocata non a sproposito.
  

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Queste copertine in formato cinemascope, non funzionano proprio.
Troppi elementi di disturbo, troppo fastidiosa la presenza della scrittona
"Giallo" in mezzo alla cover. E anche aprendola, a doppia pagina, la
costoletta gialla e l'orrido codice a barre spezzano il disegno e lo
sporcano non poco. Se compete con altre cover di Almanacchi non è malaccio;
se compete con le solite, magnifiche, cover di Corrado sui nr. regolari,
beh, allora, è cento gradini sotto.
Se lo stile un po' meno realistico del solito non vi fa vomitare e se
riuscite a sopportare il tratto di Caramuta, allora la storia merita un
lettura. Magari la carta lucida potrebbe essere sfruttata per qualche
"effetto speciale" (penso ai retini, per dirne una), possibilità che invece
viene regolarmente trascurato. Troppa fatica?
Se c'è un Almanacco degno, degnissimo di essere acquistato per il solo
"peso specifico" dei redazionali, questo è proprio l'Almanacco del Giallo.
Lo dice lo stesso Sergio Bonelli nella sua introduzione,
sottolineando come l'esorbitante produzione di materiale giallo mette in
serie difficoltà lo staff di V. Buonarroti al momento di selezionare libri,
film e pezzi da inserire.
Da divorare subito dopo l'acquisto i due pezzi sull'annata gialla in libreria
e al cinema: un po' per la curiosità di trovare conferme o discordanze coi propri gusti,
ma soprattutto per andare a recuperare opere preziose che ci siamo lasciati sfuggire.
C'è da fidarsi degli estensori dei due pezzi, anche se un certo taglio basso nelle
valutazioni forse non sottolinea a dovere la differenza tra i capolavori
dell'annata e le solenni porcherie (e molto avrei da ridire sulla
sufficienza con cui Colombo liquida "Dead man walking",
ma questa è un'altra storia...).
Completissimi, sintetici ma esaurienti, i redazionali della seconda parte,
tripartiti come al solito in un pezzo su un autore di narrativa gialla
(Simenon), un pezzo su un fumetto giallo ("Torpedo" di
Abulì/Bernet) e un pezzo su tv/cinema giallo ("The
Avengers").
Tanta è la passione dei redattori per l'argomento affrontato, che quasi ci
si innamora dei personaggi e degli autore trattati (mi è venuta voglia di
recuperare tutti i Torpedo pubblicati in Italia!), e anche se già si
conosce tutto o quasi del tema non ci si annoia comunque.
Bel lavoro, e vista l'abbondanza di materiale e di fonti, non dubitiamo che
questo almanacco saprà essere ancora interessante per molti anni a venire.
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