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Pensavate che "Oltre quella Porta" (n.228) fosse stata la resa incondizionata dell'autrice alle provocazioni delle sue storie, in nome della routine della serie? Vi aspettavate un tranquillo e rilassante ritorno ad un horror di stampo più classico? Eccovi serviti... ;-)
Lo sventurato propose
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"La peste" è un racconto complesso, ricco di contenuti (personaggi della vecchia e della nuova continuity, un sottofondo apocalittico, una satira di alcuni elementi sociali attuali) e situazioni -teoricamente- epocali (un "quasi" matrimonio di Dylan, un "ritorno" eccellente). La tanta carne al fuoco rappresenta però anche il limite di questo episodio che, per seguire tutto quanto, finisce con il non soddisfare appieno la complessità generata. La prima metà della storia è convulsa e frenetica, con frequenti e rapidi cambi di scena, che lasciano a margine quello che la copertina di Angelo Stano pare promettere. "Ti sei guardato intorno? Questa città è sul punto di esplodere!", rimprovera Bloch all'old boy a pag.83. Ma è difficile crederlo, per quello che si è visto sino a lì (o si vedrà poi): non si ha mai quest'impressione, né si avverte il panico della popolazione. La peste sembra una faccenda inventata ad arte dalla televisione, la grande bugiarda e manipolatrice per eccellenza, la sola a mostrare il dilagare del terrore tra la gente, in una singola vignetta a pag.115. E, in maniera beffarda, è proprio la televisione a dare inizio all'escalation dell'Orrore, concentrato nella seconda metà dell'albo. Il piccolo schermo, che una volta tanto ha avuto l'ardire di mostrare la Verità.
L'omaggio dichiarato ai "promessi sposi" di Manzoni regge le fila di una storia che, privato di esso, sarebbe caotica nella sua progressione casuale, zeppa com'è di (determinanti) coincidenze che collegano i vari protagonisti e di presupposti strampalati. Come la proposta di matrimonio di Dylan ad Anna Never (lasciamo perdere l'impronunciabile, vero cognome), che ci fa sorridere, Bloch ci ride addirittura di gusto (e non succedeva dal... ;-)). Neppure Xabaras riesce a cavarci un ragno dal buco da Anna, che chissà perché le interessava. "Sembra che il suo corpo e la sua mente non reagiscano in alcun modo, neppure agli stimoli più elementari...", dice a pag.128. Dramma, grottesco e ironia nella stessa situazione. E le quotazioni del negromante, per l'eccesso di offerta a spizzichi e bocconi che lo ha riguardato negli ultimi tempi, iniziano a scendere, preferiremmo che capitasse al petrolio... Dopotutto "di questi tempi, una risata vale oro", sostiene uno dei comprimari a pag.88. Perché, escludendo un'ironia al limite della "ridicolizzazione" per gli elementi legati al Dylan più antico (un'Anna più demente che mai e uno Xabaras fallimentare), per il resto della storia c'è ben poco da ridere: è un forte contrasto, che disorienta. Il racconto è impegnativo, a tratti duro, inesorabile e violento (come il morboso rapporto tra Murray e Amber), uno spaccato delle peggiori bassezze ed ipocrisie del vivere "civile", nelle mura domestiche, nei rapporti di coppia o nelle interazioni con estranei, che Paola Barbato dipinge senza pietà, insieme ad un feroce sarcasmo su altri aspetti mediatico-sociali (la boyband ed la "lezione di giornalismo"). La Barbato prosegue, inoltre, la sua opera "sovversiva" di demolizione di Dylan e del suo status, ma in maniera più velata rispetto agli ultimi tempi: l'Indagatore dell'Incubo non esce "a pezzi" o in crisi esistenziale da queste pagine, ma non mancano eloquenti frecciate sulla sua staticità (per bocca di Murray) e persino una possibile umanizzazione del rapporto con Xabaras. I disegni di Corrado Roi, ben lontano dall'empatia emozionale di Luigi Piccatto con i testi della Barbato (si veda la freddezza nel remake della situazione del precedente speciale, pag.74-78), lasciano un pò d'amaro in bocca. Il tratto artistico, sfuggente e raffinato di Roi, sospeso a metà tra realtà e visionario, con il quale illustrò magistralmente storie come "Sette anime dannate" (Speciale 6) o "Labirinti di paura" (Speciale 8), da tempo sopravvive in poche vignette (come la prima apparizione di Murray a pag.25, la "peste" a pag.144 o la Verità a pag.156). Il suo pennello è diventato negli anni più "materiale", più vincolato e intrappolato dai lacci della linea, il che non rappresenterebbe necessariamente un difetto, se non fosse che la mancanza di quel tocco vagamente sognante lascia trasparire una certa povertà di dettaglio (pag.101), con effetti parzialmente insoddisfacenti nel rappresentare incubi o mostri (pag.103, 108, 110 o 139) e scarsa incisività nelle sequenze più narrative (pag.82-84). La gamma di espressioni è generalmente efficace, anche se predomina decisamente una certa rigidità facciale (pag.40) quando le esigenze narrative non necessitano di mostrare sorpresa, rabbia o simili. I risultati sono ambiguamente affascinanti, comunque, nelle rare occasioni in cui la Verità cambia espressione (come a pag.73, ultima vignetta) e proprio per averla vista sino ad allora come un "manichino". Per altre note e informazioni vedere anche la scheda della storia
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