Atto II: Vorrei, potrei, dovrei (fare le cose a metà)


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Recensione

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"[...] oggi è il tuo turno di fare l’eroe!" (DM n.2)

È questo il lapidario incitamento che David indirizza a Randy, il ragazzino con cui ha a che fare, nel secondo numero, dopo l’accoppiata formata nel numero iniziale con Tommy, suo mini-partner durante la manovra di salvataggio dell’aereo dirottato.
La miniserie fa un passo in avanti, quindi è necessario un riassunto della puntata precedente. Anche in questo caso Recchioni strizza l’occhio al pubblico dei telefilm (americani, of course) e se ne esce con un "precedentemente su 911" che, se pur può suonare male per un’intrinseca mancanza di musicalità della lingua italiana in certi casi rispetto alla corrispondente espressione nell’idioma inglese, mostra una volta di più il suo impegno nell’omaggiare le sue fonti.
Non si può dimenticare come, nel primo numero di John Doe, i quattro cavalieri dell’Apocalisse, comodamente seduti al ristorante, disquisissero della superiorità tra le varie produzioni di telefilm a stelle e strisce dei favolosi anni’80, sciorinando i vari Stephen J. Cannell, Frank Lupo, A-Team, Riptide, e via dicendo. Non per voler inculcare dei paragoni, ma nel diario di uno dei protagonisti di Caravan i rimandi ad una cultura composta da un solido background filmico la fanno da padrone, anche perché l’autore del diario è un diciassettenne di oggi, la cui lente/filtro nei confronti della realtà circostante è giustamente impregnata di umori alla celluloide. In tutti e tre i casi, comunque, l’uso che si fa di questo genere di citazioni è non banale: perché dovrebbe essere "colto" solo un riferimento a Platone e non uno a X-Files? La bellezza, come si dice, sta sempre nell’occhio di chi la guarda, ragion per cui chi condivide e apprezza questi stralci di cultura contemporanea ne trarrà un sorriso di compiacimento; negli altri casi, andrà comunque fatto un plauso alla precisione e al gusto con cui tale genere di cultura è stato introdotto e trattato nel tessuto narrativo.

Entrando nel vivo della storia, la già citata struttura di alternanza tra registri e piani temporali viene se possibile sviluppata in un contesto dal respiro più ampio: entrano infatti in scena i "villains" e lo scenario generale dell’opera inizia ad acquisire contorni più delineati; David in un modo o nell’altro si ritrova contro alcuni dei boss dell’ordine (economico) costituito, calandosi così sempre più nei panni del suo "personaggio-uno-contro-tutti " e tramite lui l’autore si permette digressioni para-metafumettistiche ("[...] se c’è una cosa che non sopporto sono i brutti dialoghi stereotipati."); il livello di verosimiglianza generale raggiunge apparentemente uno status di tipo Jump the Shark, ma la particolare condizione ereditata da David permette ancora al lettore di mantenere un accettabile livello di sospensione dell’incredibile...almeno fino all’ultima tavola, quando l’inquadratura finale, pur nella sua spettacolarità, mostra una delle principali debolezze della serie, ossia un impianto di ripetitività che, per quanto anche qui mimetizzato tra i numerosi sforzi degli autori di fare quanto più genuino baccano possibile, alla lunga non riesce a sfuggire anche all’occhio meno rapace e/o prevenuto.

E vai di piping!

(c) 2008 Panini

E vai di piping!<br><i>(c) 2008 Panini</i>

Facendo un passo indietro, lasciamoci trascinare dalla ridda di eventi che vengono (co)stipati nell’arco delle pagine a disposizione: nel muoverci tra tante e tali tipologie di locations, realizzabili o attraverso investimenti che solo quelli che Hollywood, o più semplicemente attraverso carta, penna e una buona dose di talento visivo, si rinnova anche il gioco delle citazioni, da quelle più "classiche" (nel senso di lasciate alla capacità del lettore di riconoscerle, come la porta dell’albergo che si apre sul vuoto in stile The day after Tomorrow), a quelle un po’ più pretestuosamente "raffinate" (è il caso del paragone tra Bruce Willis e Terminator fatto dagli scagnozzi di Miss Robinson sul ponte della piattaforma petrolifera, o lo scambio di battute tra uno di questi e David nell’inseguimento con i motoscooter, in un mood che ricorda alcuni passaggi di Austin Powers); in questo secondo numero infatti l’occhio ancor di più si compiace di librarsi sospeso sul disastro di Las Vegas, di correre virtualmente per le scale di un albergo sul punto di crollare, di lanciarsi a perdifiato tra ponteggi, scale e tubature per poi arrendersi per un istante alla botta nello stomaco della tempesta che ruggisce contro un’immensa piattaforma petrolifera in mezzo all’oceano, e quindi lanciarsi a fare piping tra onde alte decine di metri.
In estrema sintesi, il coinvolgimento emotivo del lettore, frutto dall’azione combinata di testi e disegni, raggiunge uno stadio più concreto ed avanzato rispetto al primo numero della serie: anche in questo caso, però, il tutto va inteso sempre con bonario e accondiscendente sorriso, sempre nella prospettiva di quella lettura "leggera e veloce" di cui sopra.

Perché (non) fare le cose a metà?

Uno sguardo ragionato sulla prima parte di questa mini-serie fa emergere una precisa idea, esprimibile in buona sostanza attraverso l’espressione di "perfecta mediocritas": facendo un’analisi strettamente etimologica, tale concetto indica in forma concisa ed efficace che da parte degli autori è stato sostanzialmente conseguito il proposito di mantenersi equidistanti dai vari possibili estremi di riferimento. L’opera finale non intende difatti scadere nella semplice imitazione di un intero filone di film d’azione, né tantomeno vuole imporsi come fumetto d’autore, bensì come preciso media di intrattenimento. In tal senso riesce (fino a questo punto) egregiamente nello scopo (per usare altre parole: it saves his day).
Metodologia interdisciplinare? Più semplicemente, genuinità e voglia di fare
D’altra parte, concepire un prodotto che trasferisca su carta le tecniche narrative proprie del cinema d’azione prevede due esiti: da un lato, perdersi in ragionamenti sulla compatibilità tra i due media (fumetto e cinema) riguardo la possibilità di trasferire le peculiarità dell’uno all’interno dell’altro (stiracchiando un po’ l’idea, non si è troppo lontani dai territori esplorati dalla metodologia interdisciplinare) e finendo col perdersi in filosofie senza raggiungere alcun risultato degno di nota, che è non è più cinema, ma che non è neanche (ancora) fumetto; dall’altro lato, fare interdisciplinarità " a istinto" e spingere a mille sull’acceleratore, convogliando passione e capacità narrativa, unitamente ad una certa dose di incoscienza e sperimentalismo, e soprattutto senza correre dietro ad elucubrazioni sui massimi sistemi.
In una parola: genuinità (tra l’altro anagramma di ingenuità) e voglia di fare.

Nella genuinità e nella voglia di fare prende pertanto ancora una volta forma il fumetto come "artigianato di spessore", e proprio per questo in fin dei conti la prima parte della miniserie DM911 si segnala come prodotto "perfettamente mediocre", inteso nell’accezione sopra indicata.

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