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Impazzire, reincarnarsi. . . forse essere umani
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Ricardo Ferrari abbandona la via maestra percorsa negli ultimi anni, fatta di personaggi vuoti come Abigail e Soledad e lastricata di sentimenti buoni quanto stancamente retorici, per costruire una potente allegoria di quello strano animale che è l'Uomo, così intento a vivere nella propria follia fatta di violenza insensata da essere scivolato in una follia ancora più grande, che lo ha ormai portato a dissociarsi dalla realtà in cui il suo corpo è immerso.
Seducente è anche il disegno di un Oscar Capristo che sembra aver definitivamente abbandonato le fisionomie inespressive, gli sfondi abbozzati e i personaggi imbalsamati di Abigail per sposare un segno energicamente grottesco che traduce perfettamente in immagini il testo di Ferrari. Capristo distorce anatomie e prospettive, crea un universo di espressioni alterate dove la follia ci appare normale, inevitabile.
Forse l'aspetto di maggior interesse della breve miniserie è proprio in questo margine di ambiguità tra due conclusioni egualmente pessimiste per la nostra storia passata ed il nostro futuro. E Caladus Sempronio Albo, il guerriero privo di emozioni e sentimenti, esce dalla penna di Ferrari – e ancor più dal pennello allucinato di Capristo – come l'unico eroe possibile di un'umanità molto più spietata di lui: lui che almeno ha il coraggio di vivere la sua follia come tale.
Il Gladiatore di Ricardo Ferrari e Oscar Capristo
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