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Ma perché io, innocente pastorello mesopotamico, dovrei farmi saltare in aria in un bookshopcafé di Ginevra?
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Fatta forse eccezione per la Gea di Enoch (che bisognerebbe leggere tenendo accanto gli stessi testi esoterici che legge la protagonista :-)), Napoleone è la serie più erudita, più intellettuale di casa Bonelli. Nei suoi albi si citano versi di Baudelaire, si divulgano racconti di Kafka, ci si rifà, personalizzandola, alla concezione dell'inconscio collettivo elaborata da Jung...
In Napoleone si mira, insomma, ad offrire al lettore qualcosa di più che un semplice passatempo senza particolari pretese. Molti albi di altre serie Bonelli scorrono via come l'acqua, tanto che a pochi giorni di distanza, quando li ritroviamo abbandonati qua e là come inutili soprammobili, capita di non ricordare neppure di che cosa parlassero. Lo stesso non si può dire per Napoleone. Ogni singola storia di Napoleone, anche la meno riuscita, ha comunque una sua specificità che ce la fa ricordare persino a distanza di mesi o di anni. Per lo stesso Ambrosini, del resto, il valore degli albi di Napoleone è dato esclusivamente dalle tematiche delle quali egli sceglie, di volta in volta, di parlare. Come a dire: più una tematica è "alta", maggiore è il valore del fumetto in cui se ne parla. Tutto il resto è "infrastruttura", ovvero qualcosa che non merita prendere in considerazione, qualcosa su cui non vale la pena soffermarsi.
Perché la tematica dovrebbe avere più importanza della caratterizzazione psicologica dei personaggi, dell'impostazione delle tavole, del ritmo dato a una sequenza...? E perché, in ogni caso, non tener conto di come una determinata tematica viene trattata, dato che non basta certo affrontare di per sé un determinato argomento per rendere grande un fumetto (né per rendere grande un film o un romanzo...)? Nel caso de "Il demone di sabbia", ad esempio, le tematiche presentate sono indiscutibilmente "alte" e dunque, secondo una certa concezione dell'arte, "valide". La condanna della guerra e dell'oppressione delle cosiddette "minoranze etniche" (denuncia resa universale dall'assenza di riferimenti ad un popolo specifico) unita alla riflessione sugli attentati terroristici non possono, in effetti, che rendere la storia interessante, in particolar modo tenendo conto del clima post-11 settembre in cui l'albo è venuto a cadere (del tutto inintenzionalmente, dato che il soggetto era stato concepito prima dei fatti dell'11 settembre). Quel che non convince, e che fa perdere forza ai pur lodevoli intenti dell'autore, è il modo in cui queste tematiche sono trattate. Ambrosini, dopo aver inserito una concretizzazione del dolore di Saulo, ovvero una trasfigurazione della ferita di un paese in guerra, si mette a complicare il piano dei significati proponendo suggestioni prive, a ben vedere, di sostanza. Qual è, ad esempio, il ruolo di Philippe, il figlio autistico di Monica? Mica starà lì, come il vegliante de "La sentinella" NP 21, in quanto figura super partes che osserva la vacuità dei conflitti fra gli uomini, vero? Sempre dal punto di vista della trattazione della tematica, il finale ha un che di illogico. Che senso ha l'attentato? Perché Dargens dovrebbe colpire proprio il bookshopcafé della moglie di Chabrol (il banchiere che doveva far arrivare i sei camion a Temoteo)? Se si vuole colpire Chabrol, l'attentato non ha senso, non tanto perché Chabrol è morto, quanto perché anch'egli è rimasto vittima del gioco di spie. Se invece il bookshpcafé è un bersaglio come un altro, c'è da chiedersi cosa c'entri Ginevra con un paese della Mesopotamia (se non il fatto che Napoleone abita a Ginevra...) e perché, se l'attentato è dimostrativo, non venga comunque scelto un bersaglio più significativo, più "simbolico". Come può essere credibile, inoltre, che venga scelto Saulo per un attentato del genere? Come può essere credibile che suo fratello Alexandro, pur disperato quanto può esserlo chi è stato sconfitto, accetti di portarlo con sé verso la morte? Chi potrebbe essere così barbaro da trasformare in martire un bambino che, per quel che ci viene mostrato, probabilmente non è neppure consapevole della "causa" alla quale lo si vorrebbe immolare? Questo finale non convince, così come non convincono le simbologie, più suggestive che significative, disseminate nel corso della storia...
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