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Una storia-fiume di lunghezza epica e ricca di contenuti, con personaggi vecchi e nuovi, avventure e varietà di ambientazioni, eppure riuscita solo in parte.
Un fiume senza rapide
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Moreno Burattini elabora una storia coraggiosa ed ambiziosa, per la sua lunghezza d'altri tempi. Coraggiosa perché scrivere saghe di questa portata non è mai semplice, dovendosi basare su idee "forti" che giustifichino una tale ampiezza di respiro e necessitando di una narrazione che conservi l'interesse per centinaia di pagine. Ambiziosa perché le aspettative che si creano nei lettori (abituati a racconti di queste dimensioni solo in casi eccezionali, come il ritorno di supernemici alla Hellingen o Kandrax, o per episodi rimasti impressi indelebilmente nell'immaginario della serie, come "La marcia della disperazione", n.112-116) sono necessariamente elevate. Se a questo aggiungiamo che ai disegni c'è il papà grafico dello Spirito con la Scure, la salivazione aumenta... ;-).
E' una storia piacevole ma non quella pietra miliare che, date le stuzzicanti premesse, ci si poteva attendere: la saga si è rivelata per vari aspetti inferiore alle attese. La carne messa al fuoco e la varietà dei temi sono tanti, ma la sostanza è poca. Si è sempre in attesa che la storia abbia una brusca sterzata che la faccia entrare nel vivo, ma dopo i primi due albi diventa evidente che si assiste ad un lento avvicinamento alla città azteca, teatro dello scontro "tutti contro tutti" concentrato nella quinta parte: le trame portanti (gli aztechi pronti alla rivolta, le esplorazioni di Richter, il destino di Lafitte, il viaggio di Zagor e Denise) scorrono parallelamente per quattro albi, intrecciandosi solo di rado.
I frequenti momenti d'azione che precedono l'epilogo, in realtà, diventano un "intralcio": non sono reali sorprese, né intrigano o avvincono. E quattro albi d'attesa per una conclusione in cui si disfa, frettolosamente, quanto narrato in precedenza (su tutto l'uscita di scena del sacerdote ed il repentino sgonfiamento della minaccia di rivolta azteca) sono troppi. Tante sequenze sono soffocate ed appesantite, inoltre, da uno spiegazionismo eccessivo, che spezza inesorabilmente il ritmo.
Sono da ricordare, invece, alcune sequenze e dialoghi piuttosto crudi per una serie come Zagor. Non perché ci abbiano sconvolto o turbato in modo particolare ma perché, con ogni probabilità, non ne vedremo più per un bel pezzo (vedere la scheda della storia). Questa storia ci ha lasciato, comunque, la superflua conferma che il grande Gallieno Ferri, 76 primavere alle spalle, resta l'interprete grafico per eccellenza dello Spirito con la Scure. Con la sua consueta professionalità sforna un titanico episodio di 470 tavole, una lunghezza che alla Bonelli Editore in passato è stata superata, da un singolo disegnatore, solo da Erio Nicolò ("La cella della morte", TX 141-145, 511 tavole), da Ferri stesso ("Incubi", n.275-280, 513 tavole) e da Gugliemo Letteri ("Il segreto del Morisco", TX 387-392, 586 tavole).
Il punteggio dei disegni è, quindi, un premio all'elevata qualità media di questa prova in rapporto ad una lunghezza di 470 pagine. Difficilmente vedremo serie più giovani (vedi le saghe della guerra in Nathan Never o Magico Vento, di lunghezza complessiva analoga a questa "Piramide di sangue", realizzate da un team di disegnatori), asfissiate da esigenze di programmazione e rispetto dei tempi di consegna, affidare tante tavole ad un solo uomo. Se Zagor è la grande Avventura, Ferri è Zagor e, quindi, il grande interprete dell'Avventura.
Per altre note e informazioni vedere anche la scheda della storia
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